Tra i ricordi più cari della mia infanzia c’è quello di ballare in salotto con mio padre, le mie pantofole sulle sue scarpe e le note di Like a rolling stone. 2001, anno più anno meno.
Piccolo inciso autobiografico. Era giusto farlo.

Ma comunque, 2016: Bob Dylan vince il premio Nobel per la letteratura. Il premio Nobel, quello di Carducci, Pirandello, Hesse, Quasimodo, Beckett, Montale, Márquez, Dario Fo (oh, Dario Fo!) e tanti altri. Una cosa seria, insomma.

Bob Dylan. Una voce non bella, se ci riferiamo ai tradizionali canoni di bellezza. Non c’è traccia di virtuosismi, non è una voce piena come quella di Frank Sinatra né straziante come quella di Louis Armstrong. È una vocina sottile, un po’ sporca, piena di graffi, nasale, insaporita da una punta di sarcasmo (tranne in Lay Lady Lay, dove sembra che la fase adolescenziale abbia abbandonato il cantautore lasciando il posto alla voce di un uomo adulto. Pazzesco). Per il resto: parole pronunciate una dopo l’altra, come se non fossero separate ma unite, quasi incomprensibili a volte.

Eppure, il risultato è sorprendente. La voce è perfetta per le sue canzoni, nessun altro potrebbe cantarle (forse giusto i Rolling Stones, che hanno fatto una bellissima versione di Like a rolling stone). E anche quel marcato accento americano, quei suoni nasali, sono impeccabili, complice anche la dolcissima armonica con cui il cantante si accompagna.
Ma che c’entra con questo il Nobel per la letteratura? Pare che Bob Dylan abbia “creato nuove espressioni poetiche all’interno della grande tradizione della canzone americana”, questa la motivazione.

Nuove espressioni poetiche. Ci arriviamo tra un attimo.

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I’m not there, 2007, The Weinstein Company

Intanto, Bob Dylan e la storia. Bob Dylan e il Sessantotto, Bob Dylan contro la guerra in Vietnam, Bob Dylan e le rivolte studentesche, i “figli dei fiori”, la pace. Un minestrone di cultura, politica, ideali e musica.
Nel 2007 è uscito un film biografico su Bob Dylan, Io non sono qui, che ripercorre le tappe della vita del cantautore, con una bravissima Cate Blanchett e un bellissimo Heath Ledger, entrambi nei panni di Bob Dylan, rispettivamente nella fase più matura e in quella più giovane. Ecco, in questo film si spiega perfettamente il rapporto che Bob Dylan ha nei confronti del “sistema”, della politica, dello Stato. Un atteggiamento irrispettoso, sarcastico, estremamente critico. Un uomo che di fronte all’orrore della guerra decide di isolarsi e di esprimersi solo e unicamente attraverso la musica.
Forse il film insiste troppo sull’aspetto introspettivo del cantante, ma non è un’analisi del tutto sbagliata. È la storia che si ripete: quando gli artisti non sono in sintonia con il periodo storico in cui vivono, si chiudono nella propria arte e lasciano che questa parli per loro. Gli esempi sono tantissimi: i poeti maledetti francesi, gli ermetici. O, più banalmente, gli italiani che non vanno a votare (e se questo fosse fonte di arte, probabilmente vivremmo in un Paese pieno di capolavori).

l.phpNuove Esperienze Poetiche, poi. Questo l’aspetto più interessante, dal nostro punto di vista. Perché la musica è poesia e la poesia è musica in un connubio meraviglioso, in un gioco di specchi che quando trova il giusto incastro fa venire la pelle d’oca. (E quando non lo trova, invece, è solo molto triste).
E forse Bob Dylan l’ha trovato. Ha trovato il punto in cui le parole smettono di essere solo e unicamente legate alla melodia ma diventano portatrici di un significato reale, autentico, concreto. O almeno, così ha stabilito la giuria di Stoccolma.

Aprite una piccolissima parentesi, adesso: in uno slancio di patriottismo (e a proposito di ricordi d’infanzia), percepiamo come eticamente, moralmente e affettivamente scorretto non citare De André, in questo contesto. E ci prendiamo la responsabilità di attribuirgli il nostro personalissimo premio Nobel, per par condicio. E per molti altri motivi. Bene, ora chiudete la parentesi.

Potenziali candidati al premio Nobel per i prossimi anni? Domanda inquietante, a pensarci bene. Ormai nella letteratura, nella cultura, non si investe più. I libri sono diventati il simbolo dell’anacronismo assoluto, la politica – soprattutto in Italia –, un capro espiatorio da attaccare tout court e la musica uno strumento economico, commerciale, che non si basa più sulla qualità ma sulla vendibilità. Come tutto, del resto. La gente non prova più interesse nei confronti di quello che succede – nel proprio Paese e altrove –, sembra tutto così lontano, così immutabile. E la cultura, che si nutre della realtà, dei sentimenti delle persone ma soprattutto dei cambiamenti, inevitabilmente ne risente. L’apatia è la prima nemica dell’arte, l’arma più pericolosa che esista. Più del dolore, più della tristezza, più della morte. L’apatia. α-πάθος, mancanza di sentimenti, incapacità di sentire. Oltre al disinteresse, responsabile del sistematico annichilimento di ogni forma di cultura.

Premesse sconfortanti per un ipotetico premio Nobel. The answer, my friend, is blowin’ in the wind, direbbe Bob Dylan. Non ci resta che dargli retta e rimetterci al vento, quindi, sperando che cambi in fretta direzione.

 

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