Non ce ne stiamo rendendo conto, ma ancora oggi l’Italia è un paese con un tasso enorme di analfabetismo.
Sappiamo bene come al giorno d’oggi pressoché ogni italiano sia in grado di scrivere, di leggere o di far di conto. Tuttavia sappiamo in misura minore come queste funzioni si esauriscano ad un loro utilizzo elementare, limitato e quasi fine a se stesso.
Se nel nostro immaginario, filtrato dallo studio scolastico, l’analfabetismo si staglia come uno dei principali problemi dell’Italia neo-unitaria, sarebbe il caso di riaggiornare la nostra cognizione.
Centocinquant’anni dopo, sparita la figura del lettore pubblico e dello scrivano agli angoli delle strade e nei mercati, i nuovi (molti) analfabeti si muovono furtivi in mezzo a noi, incapaci di un utilizzo della lingua italiana che muova un poco al di sopra di un parlato minimo.

Questa ignoranza di fondo sull’espressione, la comunicazione o l’elaborazione è stata studiata e definita come analfabetismo funzionale, tema caro all’OCSE che l’ha analizzato, studiato e classificato, esponendo in quali paesi il fenomeno limitante sia maggiore.
In alto le bandiere e i canti! Nei mesi passati l’Italia era leader incontrastata, con il 47% di diffusione tra i 16 ed i 65 anni. Tre italiani su dieci possono dirsi analfabeti funzionali.

L’analfabeta funzionale si annida tra noi o, peggio, potremmo essere noi stessi. Il problema infatti non si evidenzia come la peste con cisti o bubboni, bensì potrebbe coglierci senza rendercene conto.
Del resto, anche gli abitanti della famosa caverna pensavano che le ombre fossero il mondo reale..
Secondo l’OCSE l’analfabeta del nostra epoca “si informa (o non si informa), vota (o non vota), lavora (o non lavora), seguendo soltanto una capacità di analisi elementare”.
Una persona capacissima di aggiornare il proprio stato di Facebook o commentare una foto di Instagram, ma incapace “di comprendere, valutare, usare e farsi coinvolgere con testi scritti per intervenire attivamente nella società, per raggiungere i propri obiettivi e per sviluppare le proprie conoscenze e potenzialità”.

Questo virgolettato dell’OCSE definisce chiaramente il problema, evidenziando come comprensione nella lettura ed esposizione con la parola siano pilastri fondamentali del nostro vivere sociale, innalzandoci appunto dallo stadio di analfabeti; del resto, non leggendo gli uomini non possono avere nel proprio bagaglio quella cultura e quelle informazioni necessarie per poter esprimere una propria veduta.
Non si vive di autoreferenzialità, specialmente quando nemmeno si è in grado di esprimerla.
Senza la lettura dei quotidiani o l’assimilazione delle notizie non saremmo in grado di ampliare la veduta su un fatto.
Senza la frequentazione della letteratura avremmo preclusa la descrizione di esperienze da parte di chi certamente è stato migliore di noi nell’esprimerle; non per forza nel viverle.
Senza lo studio di una materia non potremmo nemmeno immaginare di avere una voce in capitolo.
Se un tempo gli anziani, malinconici ed impotenti, rimproveravano ai giovani “Studia! così gli altri non potranno prenderti per il culo!”, un motivo doveva pure esserci.

lavagna

Da qui la correlazione tra analfabetismo ed arretratezza sociale: persino un analfabeta funzionale si vergognerebbe un minimo sapendo l’Italia al vertice di questo campionato. Ma in fondo tutto torna: non è un caso se le prime civiltà fiorirono in concomitanza con l’invenzione della scrittura. Così come non potrà essere un caso la correlazione tra la presenza di un tale analfabetismo in Italia e la pesante mole di problematiche sociali che negli ultimi tempi emergono alla luce del sole: dalla bassa partecipazione politica alle difficoltà nel mondo del lavoro, dalla crisi di campi quali l’editoria al sempre maggiore schiavismo delle genti al mondo dei social.
Lo studio OCSE persino ha utilizzato l’analfabetismo come una delle variabili per calcolare l’Human Poverty Index dei paesi sviluppati.

Se ieri la nostra lingua fruiva nel nostro mondo tramite la lettura di libri, di quotidiani, la visione di programmi televisivi contraddistinti da un certo rigore stilistico o la partecipazione ad un dibattito politico tanto acceso quanto curato e rigoroso nella sua forma, oggi le nostre letture sono principalmente canalizzate dai social, regno della lingua veloce, sterile, errata e di basso tono.
Ecco dunque l’analfabetismo funzionale: bieco e letale come il mostro dantesco Gerione. Innocuo fuori, piacevole ed insospettabile, marcio e crudele dentro, incapace di rendere le persone affette pienamente lucide nella realtà che li circonda, mutilati della più umana delle funzioni.

Fonti: PIAAC-OCSE : rapporto nazionale sulle competenze degli adulti – Isfol

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