Di Simone Apicella

Se un romanzo come Tropico del cancro dell’americano Henry Miller uscisse oggi, l’aspetto più disturbante per il lettore moderno non sarebbe tanto il continuo oscillare tra il meschino e il sublime, ma tuttalpiù quello di dover sfoderare troppo spesso il dizionario alla ricerca di parole sconosciute proprio nel momento in cui non te lo aspetti. Si tratta di un libro che per quasi trent’anni non poteva essere letto nei paesi anglosassoni, e che una volta uscito ha sollevato un tale polverone da costringerne alcuni a rivedere il diritto in materia di pubblica decenza. Di che cosa stiamo parlando?

Miller descrive la vita dissennata di se stesso con uno stile frammentato e surrealista, a tratti filosofico. Prosegue per accostamenti analogici, sia nella trama che nella scrittura spiccia, come fosse un sogno. Il suo romanzo è un mix di autobiografia e finzione, e dai confini per nulla chiari. L’autore, americano, racconta la sua vita a Parigi a cavallo degli anni Trenta; o forse, meglio ancora, racconta Parigi e intanto anche la sua vita. Senza lavoro, senza soldi, senza una dimora fissa, il protagonista possiede solo la preoccupazione di riempirsi lo stomaco tutti i giorni, alla meno peggio: nei ristoranti a credito, elemosinando qualche franco, chiedendo ospitalità e prestiti agli amici. Miller ci trascina nei luoghi più sordidi, tra i personaggi più infimi, nei bordelli, nelle bettole da due soldi; descrive un’umanità sofferente e sporca, appassionata, malata.

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fonte: www.iodonna.it

Ma basta questo a sconvolgere le case editrici e la censura di mezzo mondo civilizzato? Tropico del cancro non è solo il racconto dell’orrido, dello sporco sotto le scarpe. Anche Orwell aveva raccontato il mondo degli ultimi della società capitalista, ma l’intenzione era diversa. Miller racconta il mondo dell’infinitamente basso per motivare il suo progetto di palingenesi totale, il suo romanzo è un manifesto sovversivo. La sua è una visione disperatamente lucida della fine del mondo, e una proposta di notificare finalmente il decesso per ricostruire su basi nuove, vitalistiche. La sua consapevolezza non è frutto di vaneggiamenti: tra le righe si avvertono l’esperienza e lo sforzo intellettuale dell’autore. Negli anni Trenta, sostenere che il mondo come tutti lo conoscono è in crisi e sull’orlo della dissoluzione porta a due conseguenze possibili: passare per pazzi o per profeti. Noi siamo i posteri, a noi la sentenza.

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fonte: www.dismappa.it

Non solo un linguaggio torbido e osceno, ma anche i contenuti molto “forti” di Tropico del cancro hanno contribuito a costruirne l’aura di scandalosità. Di sicuro un libro che attacca con violenza gli ebrei non può diventare un best seller alla fine della Seconda Guerra Mondiale: Miller racconta dei suoi amici (quasi la totalità) ebrei e lo fa senza risparmiare un colpo. Racconta delle sue bevute, degli amplessi con le prostitute, suoi e di amici, a cui dedica numerose pagine non prive di dettagli. Nulla che riguardi il corpo umano e tutto ciò che gli appartiene rimane escluso dal romanzo di Miller. Forse una deliberata scelta di vitalismo, ma molto diverso da quello di Lawrence con Lady Chatterley’s lover. Miller dimostra di essere vivo attraverso il degrado dei corpi malati che abitano il suo romanzo.

Un americano a Parigi nel primo dopoguerra: troppo facile pensare alla “Generazione perduta” di Hemingway e Stein; Miller, se vogliamo, appartiene al lato in ombra di quella leggenda, nella folla di chi non ce l’ha fatta: tra gli artisti falliti e i perdigiorno della giungla urbana. In Italia il romanzo è uscito per la prima volta nel ’62, e l’editore Feltrinelli dovette fare carte false per poterlo vendere – sottobanco – ai lettori italiani, in un’edizione destinata al mercato svizzero.

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