di Clara Incerpi

Una storia difficile quella di Nick Cave, cantautore, compositore, scrittore, sceneggiatore e attore australiano che, dall’età di 19 anni (quando avvenne la morte del padre) lotta incessantemente con il dolore.

Sua più grande valvola di sfogo: la musica. In un susseguirsi di avvenimenti che hanno travolto la sua vita, Nick riesce ad esprimersi quasi unicamente grazie ad essa. Motivo per cui le sue canzoni da sempre oscillano tra il sofferto, il cupo, lasciando però spazio anche all’amore, alla speranza, insita sempre e comunque in un forte dolore.

Ne è l’ennesimo esempio il suo ultimo album, “Skeleton tree”, uscito il 9 settembre 2016, sedicesimo per il gruppo Nick Cave and the Bad Seeds.

Qua Nick racconta la tragedia, l’ultima che ha segnato la propria esistenza: la perdita del figlio Arthur (15 anni), uno dei due gemelli dell’autore, precipitato da una scogliera nel luglio del 2015, mentre era sotto l’effetto di LSD.

Questo album, composto da otto tracce, racconta lo stato d’animo del cantante in modo terribilmente realistico. Si apre con il brano “Jesus alone”, perfetta elegia funebre che descrive il lutto che l’autore ha vissuto e tutt’ora vive. Traccia dopo traccia tutte le sfaccettature del dolore emergono dalla musica, alle volte opprimendo l’ascoltatore, altre alleviando l’oppressione stessa, con toni più dolci, leggeri, meno cupi.

Alti e bassi, pesantezza alternata a leggerezza, come la vita, come il dolore, come la speranza, la rassegnazione. Non traspare mai pura felicità da questi pezzi; d’altronde, come potrebbe? Però alle volte emerge una dolcezza mista a flebile malinconia e fiducia che risolleva, permette il respiro.

In “I need you” possiamo percepire tutto questo: la parola love ricorre quasi ossessivamente, come a sottolineare la mancanza di ciò che più è necessario, qualcosa di vitale importanza, che ormai sembra risucchiato dalle tenebre. Senso di perdita, disperazione, ma anche calma, lentezza, come se niente e nessuno potesse opporsi alla vita, al tempo, al distacco, quando non è voluto. Traspare rassegnazione, preghiera. Il figlio non è mai citato, ma viene automatico pensare a lui sulle note di questo brano.

L’amore traspare anche in “Magneto”, dolce filastrocca i cui versi recitano un movimento generato dal sentimento stesso, duro a morire anche quando vittima del dolore più atroce. Accompagnata dal pianoforte, che mai irrompe ma timidamente guida ogni strofa, questa canzone descrive la resistenza, resistenza al destino, ai giorni, e a ciò che può accadere senza che tu ne abbia alcuna responsabilità.

L’album si chiude poi con “Skeleton tree”, la quale invoca una sorta di purificazione. Forse, dopo tanta tenebra, emerge realmente uno spiraglio di luce, come quello che a fatica ma anche solo per istinto di sopravvivenza ogni essere umano cerca e trova, quasi a forza, dopo un grande dolore. Ovviamente rimane il senso di angoscia e turbamento provato fin dall’inizio dell’album, che non abbandona nessuna delle otto tracce.

Incredibile come da una voce e da qualche nota possa trapelare così tanta umanità. Forse questo non sarà l’album migliore del gruppo, ma come nessun altro esprime la profondità dei sentimenti, del dolore, della sofferenza più grande: la perdita di coloro che amiamo. Come sempre Nick si distingue per essere, oltre ad un grande artista a livello tecnico, un enigma, un mistero. La sua musica racconta, ma mai nero su bianco. Arrivano più le sensazioni inspiegabili a parole, irriproducibili concretamente, ma forti più di qualsiasi altra nozione spiegata razionalmente. Ciò che fa di un uomo un grande è la capacità di tramutare in arte la propria interiorità: direi che Nick ha eseguito il proprio compito egregiamente.

 

Fonti:

  • Rolling Stone (link)
  • Internazionale (14 settembre 2016 – link)