L’acqua della vasca tremola, sciabordando della sua stessa energia, sottili e inesistenti volute di fumo si alzano dalla superficie increspata e nell’aria un sottile profumo di bagnoschiuma s’innalza, un odore di quiete, di intimità.
La stanza da bagno è in penombra, da due sole candele si propaga una luce soffusa. La finestra è aperta e si scorge la notte appena nata, passa una folata di vento gelido. La pelle s’arriccia di brividi.
“Chiudi la finestra, per favore”.
Delle piccole mani eleganti s’aggrappano, arrancano, tirano e girano. Il freddo è vinto.
“Dopo una lunga giornata, nessuno potrebbe negarsi un momento speciale come questo”.
A parlare è stato un uomo. Immerso fino a metà busto nell’acqua fumante, ha preso tra le mani bagnate un flacone di bagnoschiuma e lo sta versando abbondantemente nell’acqua; il liquido verde si agita nella vasca, si sfilaccia in tante lunghe linee rotte poi dalla mano stessa dell’uomo che scompone l’acqua per creare schiuma.
“Vuoi farlo tu?”
“Sì, grazie”
“Allora vieni qui”.
Piccoli passi risuonano nella stanza umida e le stesse mani graziose che hanno tanto faticato per chiudere la finestra, ora s’immergono a pelo d’acqua per creare soffici nuvole.
“Quando faccio le nuvole mi sembra di essere magica”.
“Ma tu sei magica”. Il volto dell’uomo s’increspa in un sorriso apparentemente tenero. Ha un volto anonimo, un lieve accenno di barba, occhi sottili e chiari.
“Perché ti piace tanto fare il bagno?”
L’uomo sospira, stendendo le gambe e facendo uscire i piedi dal lato opposto, li osserva minuziosamente e li dibatte, come farebbe un bambino.
“Sai, lavorare non è facile” l’uomo sfiora il marmo della vasca portando indietro le braccia.
“Non puoi saperlo, forse non lo saprai mai. Ci sono persone che non capiscono la vera fatica del lavoro nemmeno vivendolo. Impegnarsi per essere sempre al meglio, agitarsi e preoccuparsi per ogni minimo errore, gli orari, il cartellino, il capo. Tutto è frustrante, la società è frustrante. Tornare a casa poi, e vedere che tua moglie nemmeno ti bacia, nemmeno ti prepara la cena. Eppure hai deciso, ti sei sposato. A volte ci penso, al divorzio. Sembra che vada di moda sposarsi per poi lasciarsi subito dopo. Ma io sono un uomo di sani princìpi, e voglio essere, almeno in apparenza, un buon marito. Ma non solo marito, padre pure! Tre figli a carico, piccoli, uno dieci, una nove e l’ultima sette, che non capiscono, non condividono, si lagnano. A volte vorrei che nessuna di queste tre belle gioie fosse mai nata. Vorrei essere ancora ad ascoltare i Pink Floyd sul giradischi, fumarmi una canna, andare all’università. Fare quello che si fa una volta sola nella vita. Perché sai, non puoi mica essere universitario per sempre”.
Gli occhi dell’uomo si rabbuiano, sempre fissi sui piedi.
“Perché ti guardi i piedi?”
L’uomo volta il capo e ridacchia, questa volta di divertimento sincero: una mano emerge dall’acqua, e anche su questa parte del corpo l’uomo si sofferma con lo sguardo, tuttavia sempre tenendo il viso verso il suo interlocutore.
“Quando stai tanto tempo in acqua, succede che la pelle si raggrinzisca, come un brutto foglio di carta. Accade che diventi bianchiccia. Per questo non faccio mai il bagno con mia moglie; già non è che sia uno spettacolo, poi la gravidanza l’ha sformata, aggiungici le dita grinzose e siamo a cavallo. A me piacciono mani piccole, lisce e sottili. Dita che promettono di diventare bellissime, come le tue”.
“Le mie?”
“Si, proprio le tue. Fammele vedere”.
Al vapore si mescola tensione, gli occhi dell’uomo si spalancano leggermente nel momento in cui una delle belle mani gli si avvicina il viso; l’afferra con la sua e la strattona a sé, le labbra dischiuse.
“Hai tagliato le unghie, brava. Le unghie sporche sono orribili, le detesto”.
Le dita dell’uomo, a contrasto con quella pelle così bianca e pura, non sono più falangi ma zampe di bestia; quelle stesse dita si stringono in una morsa, sempre più costrittiva. Un gemito sfugge sia dall’uomo che dalla sua compagna di bagno, uno di piacere, l’altro di dolore.
“Mi fai male…”
“Zitta!” La voce dell’uomo, da pacata qual era, si è fatta brusca, simile a un grugnito rabbioso. La stretta si fa più violenta.
“Smettila! Smettila, basta!”. La voce femminile diventa stridula, rotta da un pianto preannunciato ma ancora inattuato. L’uomo sembra non accorgersene, anzi, sembra che tutto questo lamentarsi lo spinga ad aumentare la sua cattiveria gratuita. Lascia bruscamente la presa e la piccola mano si ritrae, offesa. Si levano sommessi singhiozzi assieme al corpo dell’uomo che si erge in piedi, l’acqua che schizza fuori dalla vasca, ha gli occhi ridotti a fessure, le labbra dischiuse. Parrebbe un satiro.
“Credo sia arrivato il momento che tu m’insaponi un po’, abbiamo chiacchierato abbastanza”.
Nessuna risposta.
“Se non mi lavi per bene, ovunque” la voce dell’uomo è diventata un sibilo rabbioso “ammazzerò la mamma mentre dorme, e poi farò lo stesso con tuo fratello e tua sorella. Ci siamo intesi? Vieni più vicina”.
La bambina si sporge a bordo vasca, le gote arrossate e lo sguardo fisso in terra; pesca la bottiglia di bagnoschiuma che era stata precedentemente abbandonata a galleggiare in acqua e lascia che un po’ del liquido vischioso le scorra sulla mano. Il sapone si mischia alle lacrime.
“Non piangere” bisbiglia l’uomo, afferrando la mano della bimba e poggiandosela sulla coscia “sei più brutta quando piangi”.

di Eleonora Casale

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