Presentato in concorso al Fesival di Venezia, La luce sugli oceani è il nuovo film di Derek Cianfrance che, alle prese con l’adattamento dell’omonimo bestseller di M.L. Stedman, ci presenta un film ben confezionato, una buona esperienza visiva, ma una peggiore esperienza narrativa.

Tom (Michael Fassbender), reduce della prima guerra mondiale, accetta il lavoro di guardiano del faro sull’isola di Janus, famosa per l‘insopportabile solitudine e la conseguente pazzia alla quale ha condannato tutti i suoi guardiani. Tale fine gli sarà però evitata da Isabel (Alicia Vikander), una giovane donna piena di vita che conosce sulla terra ferma di Partageuse, e che lo scuote dalla sua insensibilità facendo crescere in lui la voglia di vivere, addirittura di creare una famiglia. La coppia cerca dunque di avere un bambino che possa completare la loro felicità, ma Isabel ha un primo e poi un secondo aborto spontaneo. La felicità non sembra possibile sull’isola di Janus.

All’improvviso, quasi per miracolo, Tom avvista una barca a remi, sulla quale trovano una bambina di pochi mesi, e un uomo morto di fianco a lei. Se il senso di dovere di Tom lo porterebbe a denunciare tutto, e a dare la bambina ai servizi sociali, è l’ossessione di diventare madre di Isabel che vince. Tom non può far altro che soccombere alla volontà della donna che ama più della sua stessa vita: sotterra l’uomo, e insieme adottano (illegalmente) la bambina, Lucy.

Sulla felicità della nuova famiglia aleggia però l’incombente tragedia- ma del resto prevedibilissima: Tom scoprirà che la madre biologica di Lucy è viva, e l’uomo nella barca era suo marito. Distrutto dai sensi di colpa, non riuscirà a far ragionare Isabel, a questo punto completamente irrazionale e accecata dall’amore per Lucy, che ormai considera sua figlia, e così continuano a condannare la madre biologica (Rachel Weisz) al lutto. Tom però non riuscirà a sopportare il rimorso, e andrà contro la volontà della moglie addossandosi tutta la colpa dell’ormai rapimento della bambina.

Che dire, la chimica tra i due protagonisti è indubitabile, e la bravura di entrambi è evidente. Tra i due in ogni caso è Alicia Vikander a risaltare di più, regalandoci come sempre una prova della facilità impressionante con cui fa trasparire l’arco delle emozioni umane. Ma l‘interpretazione soltanto non può salvare un film. È poi indubitabile la bellezza delle riprese della Nuova Zelanda e della Tasmania che, accompagnate dalle musiche di Alexandre Desplat, rendono perfettamente il senso di solitudine e magnificenza della natura attorno a Janus. Ma le innumerevoli panoramiche non possono salvare un film spesso superficiale.

L’obiettivo della storia infatti dovrebbe essere quello di mostrare le conseguenze delle scelte inaccettabili, oltre ogni limite, per ottenere una maternità altrimenti impossibile. Essendo poi fondamentalmente un film drammatico, la narrazione dovrebbe cercare di spiegarci al meglio il motivo di tali scelte, non tanto perchè lo spettatore le debba poi giustificare, ma perché almeno le comprenda, empatizzando con il personaggio. Il rapporto empatico però non viene a formarsi.

Tutto ciò è dovuto essenzialmente ai personaggi complessi, ma poco approfonditi. Essi finiscono per apparire come guidati da passioni momentanee, senza vere ragioni alle spalle, e a tratti risultano quasi insopportabili. E dunque una madre mancata, tormentata dall’avere un figlio non riesce a risultare che profondamente egoista, completamente irrazionale; pronta a sottomettere tutti alla sua volontà, compresa una madre biologica distrutta dal dolore. Eppure è proprio con Isabel che in primis dovremmo empatizzare:  probabilmente soffre di depressione , e la solitudine dell’isola non fa altro che farla impazzire. A tutto ciò bisogna sommare l’aspettativa sociale dell’epoca di essere madre, oltre che moglie, e la conseguente vergogna dell’aborto. Sono tutte questioni che vengono accennate, ma mai veramente spiegate, preferendo piuttosto calcare sul momento melodrammatico dell’aborto.

Come Isabel, anche il personaggio di Tom subisce la mancata analisi narrativa. L’uomo è rassegnato di fronte alla vita, fino al punto di addossarsi tutte le colpe della moglie, come se in ogni caso il suo destino fosse stato quello della morte. È un personaggio profondamente affetto dalla sindrome del sopravvissuto, che viene accennata così poco nel film che quando è riportata in gioco sembra quasi solo un modo per coprire la moglie, una storia per auto convincersi. E così viene addirittura da chiedersi se le sue azione nella seconda parte del film siano guidate davvero dall’onore, dal fare la cosa giusta, o se mai dalla codardia, dal volersi liberare di un peso troppo grande.

Il regista, nonché sceneggiatore, invece di creare le basi per  comprendere i personaggi, ha preferito calcare l’effetto melodrammatico, cercando la lacrima a tutti i costi. Tutti i minuti tolti all’approfondimento della narrazione sono stati poi invece destinati a inquadrature mozzafiato, e alla meravigliosa fotografia di Adam Arkapaw, non riuscendo a presentarci molto di più- narrativamente parlando- di quello che non ci fosse già nel trailer.


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