Purtroppo oggi vi parlerò di un libro che non mi è piaciuto, ma che ha delle buone risorse per essere guardato (in negativo). Si tratta di Affari di Cuore di Paolo Ruffilli, edito da Einaudi nel 2011. È una raccolta breve di poesie d’amore, divisa in 4 parti. Ad alcuni il tono con cui tratta la lirica d’amore – dissacrante – potrebbe piacere. A me ha suscitato molti dubbi perché sviluppa tematiche a dir poco usurate: l’amore come una guerra, con un po’ di ironia, riproponendo quello che Donne, Marino e i poeti barocchi in genere hanno già fatto tra fine ‘500 e metà ‘600. Solo che ci mette un linguaggio contemporaneo. Il linguaggio d’ogni giorno spesso è sgradevole in poesia, perché risulta solo prosa in cui si va a capo in maniera curiosa, soprattutto se i versi son composti da frasi cortissime, a volte di un solo lessema, come in:

Non so

In che modo

Ho fatto

Però

Ti ho persa

Tutta (…)

(Paolo Ruffilli, Affari di Cuore, Einaudi, 2011)

Dove, sì, c’è un senso del ritmo, c’è una certa armonia, ma manca di quel timbro forte che dovrebbe essere proprio di una poesia d’amore. Spesso non ci accorgiamo che la differenza tra tono semplice e prosa messa in poesia sta proprio nel fatto che la voce della poesia ha una struttura fonica e una ricerca lessicale che spiazza e lascia interdetti, fa inciampare a volte, ma senza interrompere il flusso della lettura. La musicalità del verso indora quel tanto che basta perché tutto scorra, ma a un certo punto ti devi fermare, leggere, rileggere, cercare di capire più a fondo. In Paolo Ruffilli non ti fermi mai, perché non c’è alcuno scoglio.

Prendete:

Se c’è una cosa

che ho perduto

poi con gli anni

quasi del tutto

è la paura. (…)

(ibid.)

Provando a leggerla a voce alta, seguendo gli a capo, si fa fatica, ci si pente di averlo fatto: viene da leggere tutto insieme. Qui andare a capo diventa la funzione di una leziosità, per cui non ha senso, di per sé, spezzare la frase, ma lo si fa esclusivamente per dare il nome di poesia a degli scritti.

Se volete qualcosa di particolare, ma per nulla originale, leggetelo, accostandolo però a Caproni, ad una qualsiasi delle sue raccolte, giusto per capire la differenza tra un poeta e uno che prova a scrivere poesie.

A cura di Victor Attilio Campagna