(ATTENZIONE: Alcuni dei contenuti riportati potrebbero urtare la sensibilità di chi legge)

Può un criminale spietato diventare una celebrità?
La risposta è assolutamente si.
Issei Sagawa (26 aprile 1949) è un criminale giapponese che uccise e mangiò il corpo della sua malcapitata vittima.

Ci troviamo in Giappone 1981, Issei è un ragazzo timido che non da nell’occhio, un semplice studente di letteratura inglese alla Sorbona di Parigi. Una sera di giugno, Issei invita una sua compagna di studi per ripassare prima dell’esame imminente. Renèe Hartevelt lo aiutò, ma venne uccisa con un fucile e il suo corpo fu fatto a pezzi e mangiato.

Non è un film horror purtroppo, la realtà è peggiore. Sagawa fu dichiarato inabile a sostenere un processo e ottenne dal padre l’estradizione in Giappone dove venne liberato dalla custodia in meno di 15 mesi. Divenne una celebrità per quello che aveva fatto e per come affrontava la situazione, ovvero con fredda lucidità dichiarando che non poteva controllare i suoi impulsi e che appena ritornato in libertà probabilmente avrebbe compiuto ancora quell’atto immane.L’omicidio assume tinte ancora più agghiaccianti: Sagawa registrò l’omicidio su una cassetta audio. Nella cassetta, si sente la vittima recitare una poesia in programma per l’esame, un colpo di fucile e una persona che cade a terra. I vicini la notte dell’omicidio, dichiararono alla polizia parigina di aver sentito le urla di felicità del giovane omicida. 

Scrisse poi diversi libri che diventarono best seller, “In the fog” libro in cui descrisse minuziosamente la sua storia compreso il terribile omicidio, vendette 200.000 copie. In seguito, nel 1997 scrisse un libro di commento, “Shoen A”, sul serial killer di bambini di Kobe del 1997, quando un 14 enne uccise diversi bambini decapitandoli.

Nel mese di giugno 2012 la rivista VICE ha pubblicato un’intervista a Issei Sagawa, dove raccontadi tenere a bada gli impulsi e gli istinti che lo spingevano all’antropofagia con la masturbazione. Ha ammesso però di aver 61 anni e quindi di trovarsi in uno stato di impotenza sessuale e teme quindi per l’eventuale riaffiorasi di tali tendenze. Sagawa è apparso anche in un opera drammatica intitolata “The Bedroom” scrive per diverse testate dove commenta fatti di cronaca nera. Nel 1983 i Rolling Stone gli dedicarono la canzone “Too much Blood“

Sembra assurdo ma è tutto vero, inquietante come un film horror e terribile come la realtà, questa è la storia di Issei Sagawa, il cannibale diventato una super star. Da questo caso di cronaca nera, portato fino al suo punto più estremo, possiamo porci una riflessione: tutto può diventare mediatico? La potenza dei media è 800px-City_tv_control_room_Doors_Open_Toronto_2012enorme come ben sappiamo, ma molto spesso questa potenza viene usata per portare agli occhi di tutti fatti terribili che creano scalpore invece dei fatti positivi, lasciati in secondo piano.

Risulta incredibile pensare che una società possa quasi spingere altre persone a simulare il gesto di Issei con il messaggio “Puoi diventare famoso facendo qualsiasi cosa, anche i gesti più terribili”. Eppure è cosi, tutto fa storia, tutto fa notizia non esiste più nessun filtro da applicare alla fonte, certo la sincerità e la verità sono virtù da premiare sempre, ma in questo caso erano proprio necessarie? No non lo erano, non lo erano per il semplice fatto che si sta pubblicizzando un omicidio, crudele, terribile. Dove andremo a finire? Ad un reality show dove vince chi rimane vivo (un vero e proprio Hunger Games?)? È bene e necessario riflettere di fronte alle notizie, capire cosa si sta leggendo e usare la testa. Il mondo vende ciò che fa scalpore, ma a discapito di chi? Non solo delle povere vittime, rese inconsapevolmente famose, ma anche e specialmente dei lettori. Anche noi siamo vittime inconsapevoli di una mala informazione, che non vuole portare con sè il contenuto ma semplicemente lo shock.

Perché i fatti positivi possono essere relegati in secondo piano?

Perché un cannibale può diventare una superstar mentre un uomo che salva delle vite… no?

Credits: Foto di copertina

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