Oggi voglio parlare di un libro che fa male, terribilmente male. Un libro in cui la voce dell’autore e dei personaggi si perde come un eco tra le lande desolate della taiga e della desolazione umana. “I racconti della Kolyma” di Varlam Tichonovič Šalamov. Tanti sono gli autori che hanno affrontato con le proprie penne il terribile mondo dei lager, siano essi nazisti, socialisti o di chicchessia, ma Šalamov è un’altra cosa, qualcosa che è impossibile definire. Penso di non aver mai letto nulla di più straniante.

Scrittore, poeta e giornalista sovietico, entrò nel polo di lavori forzati della Kolyma (nella Siberia orientale) nel ’37 accusato di attività trockiste, uno dei peggiori marchi che lo stato sovietico poteva cucirti addosso. Lì restò ufficialmente fino al ’51, anno della sua scarcerazione; come succedeva spesso però (soprattutto agli ex detenuti accusati in passato di attività trockiste) essere riabilitati e rientrare in società da uomini liberi era un processo molto lungo e spesso infruttuoso, così, costretto dal destino maledetto, continuò a vivere e lavorare in quel luogo finché tra ’56 e ’57, a seguito della morte di Stalin, non venne riabilitato in toto potendo così tornare a Mosca.

immI racconti prendono forma già dietro il filo spinato della Kolyma, negli anni in cui lo scrittore venne strappato alle miniere d’oro e di carbone da un medico detenuto del campo e assunto come assistente e infermiere. Diventerà ciò che noi leggiamo oggi negli anni seguenti alla scarcerazione, una volta tornato a Mosca infatti, disconosciuto dai suoi cari, Šalamov si butterà a capofitto nella letteratura, dando alla luce questo capolavoro di narrativa.

L’opera è una minuziosa descrizione della vita dei detenuti (e non solo) tra le terre gelate della taiga siberiana, dei tormenti della fame, degli stenti che provano l’identità  stessa degli individui. L’autore è gli occhi del lettore, nulla di più, mai un commento di troppo, completa alienazione e sottomissione ad un regime impenetrabile. Di primo impatto, sapendo cosa andavo a leggere, mi sono accorta che in questo libro manca il senso dell’orrido, o meglio, abituati come siamo a immagini forti, sanguinarie, da un’opera simile ci si aspetta di essere tormentati da bestialità inaudite, invece no: si parla di freddo, tanto freddo, e, superficialmente parlando, la cosa non scuote l’animo a tal punto da dire “no, non ce la faccio ad andare avanti a leggere”. Eppure, di pagina in pagina, quel freddo cominci a sentirlo anche tu, il fastidio dei pidocchi, i morsi della fame, i dolori lancinanti per il troppo lavoro. Ti guardi i piedi e ringrazi il cielo di aver la fortuna di poter indossare delle calze e cominci a riflettere che tu no, tu non sai cosa vuol dire stare a cinquanta gradi sotto zero e nemmeno lo puoi immaginare. Così ti accorgi che a distruggerti l’anima non è tanto il fattore splatter, di cui molte opere sono piene e che inconsciamente si ricollega a determinate tematiche, quanto quel senso di impotenza e desolazione che Šalamov sa trasmettere tanto bene. Tra autobiografia e storie di compagni di prigionia, lo scrittore mostra al mondo come il balzo tra umanità e annientamento della stessa sia breve, brevissimo, come un uomo può essere e non essere nello stesso momento, come la negazione di sé possa essere l’unico modo per salvaguardare quel poco che rimane della propria identità.

Fa male ma merita di essere letto.

 

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