E’ appena finita  l’estate. Questo il periodo dell’anno nel quale escono più dischi, e noi de Lo Sbuffo siamo qua per consigliarvi un disco che di estivo non ha praticamente nulla, se non qualche atmosfera malinconica che solo la fine di agosto ci concede. Parliamo di “The King of Whys”, il nono disco di Owen, progetto solista di Mike Kinsella.

In Italia questo artista è famoso soprattutto per il contributo dato con i suoi Cap’n Jazz alla musica emo e indie-rock, a metà anni ’90. Tuttavia la sua carriera è proseguita, sempre nell’underground, con i Joan of Arc, gli Owls, gli American Football e  –infine- il suo progetto solista.

Owen.

Un nome come tanti, semplice. Come se Mike Kinsella volesse costruirsi un’identità parallela, dopo anni passati da co-primario in altri gruppi, alla quale affidare le sue sensazioni.

The King of Whys” non porta nulla di nuovo nel panorama indie statunitense, che Owen ha contribuito a creare con i suoi otto dischi precedenti. Dopo quindici anni di carriera, la maturazione è avvenuta da tempo, ormai si è consacrato come un cantautore a tutto tondo.

Autore, produttore, arrangiatore e performer di primissimo livello.

Allora cosa colpisce di questo disco?

In una parola: semplicità.

Nelle dieci tracce che compongono l’album non c’è segno di artificiosità, né di alcuna smania di dimostrare la propria bravura  -non ce ne sarebbe bisogno-. Gli arrangiamenti suonano perfetti così come sono stati pensati: completi, armoniosi, ma allo stesso tempo con della ruvidezza.

Come la ruggine.

Come se qualcosa si fosse rovinato dopo tanto tempo.

Owen in “The King if Whys” non è più Owen: è Mike Kinsella. Si spoglia del nome d’arte e ci parla della sua vita e dei suoi errori, della sua sfortuna in amore e di suo padre; mentre con un pizzico di auto-ironia o falsa modestia  -concediamo il beneficio del dubbio- ci confessa di non essere un cantante.

La voce però c’è e si sente.

Si sente quando ci lascia intendere le sbronze per amore in Empty Bottle, mentre un tappeto di chitarra acustica e batteria scandiscono un ritmo serrato nelle strofe che, di colpo, si stoppano dando vita ad un ritornello rilassante e sognante, quanto intriso di malinconia. Un’apertura magnifica per un album.

Settled Down, la terza traccia, possiede un arrangiamento più artificioso, ma comunque godibile e immediato che richiama i suoi progetti precedenti, senza  -in ogni caso- essere fuori luogo nella track-list.

La parte centrale dell’album composta da Lovers Come and Go, Turniquet e A Burning Soul, oltre ad essere tra le più emozionanti scritte durante l’intero 2016, mostra un livello compositivo e performativo eccellente per una singola persona, che padroneggia qualsiasi strumento abbia davanti. Inoltre, a livello lirico, le parole scorrono leggere come petali di rosa trasportate dalla corrente del fiume, nonostante siano pesanti come macigni per il significato che portano.

Uno dei veri geni della musica è proprio questo signore: Mike Kinsella, a.k.a. Owen.

Il finale malinconico è affidato a due pezzi veramente ben scritti: An Island e Lost, quest’ultimo primo singolo rilasciato per promuovere l’album.

Album che magari è poco estivo per le atmosfere che evoca, ma perfetto –sicuramente- per farsi trascinare dai pensieri quando ci si sente un poco oppressi. Con Owen troverete una persona che vi capisce e vi aiuterà a scaricare la tensione.

Pezzi Consigliati: Empty Bottle, A Burning Soul, An Island