Se cercate un libro poco conosciuto ma coinvolgente ed emozionante, “Il quaderno azzurro” di James A. Levine fa decisamente al caso vostro.

Si tratta del racconto narrato in prima persona di una quindicenne indiana, Batuk, che fa la prostituta in Common Street, a Mumbai. Dotata di una matita e di un quaderno azzurro, Batuk decide di scrivere i suoi incontri, i suoi pensieri e i suoi sogni, mescolandoli a favole mistiche ed esotiche provenienti dai suoi ricordi d’infanzia o dalla sua ricca fantasia; proprio questo è il connubio che rende tale romanzo straordinario.

Non proverete solo empatia nei confronti della protagonista: sarà inevitabile il sopraggiungere dello sdegno per la noncuranza con cui procede il sistema sociale raccontato dalla ragazzina, lo sdegno per l’assenza di giustizia, il disgusto per i personaggi che incontrerete nello scorrere delle pagine. Questo libro non trasmette quindi solo un coinvolgimento mentale: vi rapirà l’anima, vi farà palpitare il cuore dall’incredulità, vi farà interrogare sulla natura umana e su come possa rivelarsi meschina.

Ma non saranno solo gli eventi descritti a sconvolgervi: lo stesso approccio narrativo di Batuk è sconcertante, la sua naturalezza nel ritrarre soggetti e scenari che a noi risultano tutt’altro che consueti. La ragazzina appare così assuefatta alla realtà in cui vive che riesce persino a trovare momenti quasi divertenti, tra lo scherno nei confronti di alcuni clienti e della sua protettrice Mamaki e gli scherzi tra i suoi vicini di “nido”, ovvero altri adolescenti che si ritrovano come lei a vendere il proprio corpo.

Batuk raramente parla di “sesso con uomini”; lei parla di “far torte” con diversi “zii”. Come se non si trattasse di abusi, di rapporti remissivi e inevitabili, ma quasi di un gioco a cui non può non giocare; ad un certo punto, la ragazza paragona il suo mestiere a quando lavava i panni per conto di sua madre, nel fiume del suo villaggio natale. Usa parole indiane per riferirsi ai genitali maschili e metafore infantili per riferirsi ai propri genitali; una professionista che tuttavia parla ancora come una bimba campagnola. E’ proprio questo paradosso il punto più interessante: se da una parte Batuk non è scandalizzata dalla sua vita, anzi ha imparato a trovarvi una quotidianità, dall’altra emerge costantemente la sua natura tuttora infantile, ancorata al suo passato nelle campagne indiane.

Non si tratta quindi solo di apprendere una storia, di leggere un racconto di vita, per quanto strabiliante e tremendo; si tratta di ricevere delle domande e di tentare di rispondervi. E’ possibile che cose del genere accadano ed esistano imperturbatamente, senza che nessuno pensi di cambiarle o di annientarle del tutto? E’ possibile un tale grado di rassegnazione umana, una così incredibile capacità di adattamento ad una realtà che ai nostri occhi è inconcepibile? Dobbiamo davvero ammettere che chi abusa senza scrupoli di Batuk sia della sua stessa specie, della nostra stessa specie? L’umanità è anche questo? E cos’altro ancora può essere?

Se leggerete questo romanzo, vi accorgerete che Batuk ha colto l’impressionante affinità tra letteratura e vita reale. Lei scrive di sè sul suo quaderno, così come molti lasciano tracce di sè su di lei ogni giorno; è lei stessa talvolta a definire i liquidi umani “inchiostro”. Batuk scrive per tante ragioni e per nessuna: perchè le piace, perchè è l’unica cosa che può fare oltre a “infornare”, perchè vuole raccogliere i frutti della sua mente, perchè vuole che qualcuno la legga. Leggetela quindi, e date un senso a tanta insensatezza.

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