Diaz – Don’t clean un this blood è un film del 2012. Esce 11 anni dopo l’episodio della Scuola Diaz, al G8 di Genova, in cui le forze di polizia sono entrate nella Scuola, dove dormivano manifestanti e giornalisti, massacrandoli uno ad uno.

Diretto da Daniele Vicari, ha il merito di mettere in scena quella che secondo Amnesty International è stata una delle più gravi sospensioni dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale.

Spesso in Italia viviamo nell’indifferenza, dovuta ad una patina sempre presente sui fatti, per cui sono sempre in trasparenza, visibili, ma come distanziati da una leggera velina; questo film, in un ambiente come quello italiano, ha suscitato non poco scalpore, più che altro perché ha stracciato quel velo, mostrando senza orpelli una realtà che fa male.

La trama è aderente alla realtà di cronaca: si parte con le manifestazioni per il G8, mostra l’irruzione dentro la scuola e si conclude con Bolzaneto. Nelle ultime scene del carcere, i colori, lo squallore e la crudeltà ricordano certe scene raccapriccianti viste nei film che trattavano dell’olocausto: colori freddi, indifferenza totale, sia dei medici che dei poliziotti. Un ambiente che riesce inconcepibile in uno stato democratico.

I film come Diaz, che ormai pochi realizzano, riescono a colpire nei punti giusti, arrangiando la giusta allegoria per definire il limite che non dovrebbe mai essere valicato; sensibilizza inoltre chi nel 2001 era troppo giovane, o chi non c’era, o chi crede ancora che in quella scuola ci fossero dei black bloc. Ma soprattutto fa un’opera informativa importante, nel senso letterale del termine: forma l’individuo all’osservazione attenta degli eventi, mettendoglieli in faccia, nella loro nudità, nella loro crudeltà.

Ancora oggi fatichiamo a concepire il calibro di certe stragi, le sottovalutiamo e diamo poca importanza a eventi che dovrebbero segnarci nel profondo: l’irruzione nella scuola Diaz e Bolzaneto sono fra questi eventi. E nel film si dà voce a tutto questo, riducendo al silenzio ogni voce critica, non per questioni politiche, ma perché ha il sapore del resoconto puro: la telecamera che vaga, le luci naturali, musica a stille… tutti elementi che rendono questo film una perla di un genere che ha caratterizzato il grande cinema italiano (si pensi a Rosi): il Docufilm.

Consiglio questo film non per ridiscutere un evento di 15 anni fa, ma semplicemente per aprire uno spunto di riflessione sul limite di uno stato democratico come il nostro, oltre che sulla questione di un’informazione che spesso dimentica e semplifica.

A cura di Victor Attilio Campagna


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