Quando è uscita la notizia che annunciava l’uscita del nono album in studio dei Radiohead  -con annessa sparizione dai social (fonte: http://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2016/05/02/i-radiohead-spariscono-dai-social_f8049fc7-7052-4e17-b783-abb62e9fe926.html), ci si è chiesto se effettivamente ci fosse bisogno di un nuovo album della band di Oxford.

Dopo ventidue anni di carriera onorato, pare scontato affermare che innovarsi o produrre materiale interessante sia piuttosto complesso. L’aria che si deve respirare in casa Radiohead non deve essere proprio leggera; innovare è un imperativo per una band del loro calibro.

Nonostante i milioni di dischi venduti e i concerti sold-out.

Quando, perciò, a Lo Sbuffo ci siamo trovati “A Moon Shaped Pool” pronto per l’ascolto, eravamo un po’ impauriti da cosa avrebbero percepito le nostre orecchie. Non per mettere in dubbio le capacità compositive dei Radiohead, assolutamente. La nostra paura era quella di trovarci di fronte un disco fotocopia dei precedenti.

Un fatto mai accaduto prima nella discografia della band inglese.

da sin: Colin Greenwood (basso), Jonny Greenwood (chitarra, synth), Thom Yorke (voce, chitarra e pianoforte), Philip Selway (batteria e percussioni), Ed O’Brien (chitarra e voce)

Fortunatamente ciò non accade. “A Moon Shaped Pool” si rivela essere un ottimo disco; non il migliore della loro discografia  -a parer nostro-, ma un’opera interessante che ci sentiamo in dovere di consigliare.

A livello sonoro si può parlare di svolta rispetto al precedenteThe King of Limbs”, il quale presentava arrangiamenti elettronici molto più marcati rispetto a questo ultimo lavoro dei Radiohead.

Su questo nono album la band inglese ha speso ben quattro anni di tempo, e si nota. Gli arrangiamenti sono curati maniacalmente, con un gusto particolare per ritmiche lente e compassate, con la prevalenza di tastiere e pianoforte.

Un lavoro particolare è stato svolto sulla voce di Yorke, che già è stato dotato da Madre Natura di un timbro altissimo che ha fatto la fortuna della sua carriera, anche solista. In questo disco, gli effetti vocali di dissolvenza regnano incontrastati, creando un suono che spazia e si insinua in ogni anfratto della nostra mente. La malinconia che emerge dal disco è lampante: dissolvenze, voci pulitissime, suoni aperti.

Il tutto crea un territorio perfetto per far viaggiare la mente senza porsi limiti.

Se i due singoli rilasciati poco prima dell’uscita non  convincevano appieno, bisogna dare loro una seconda possibilità: Burn the Witch e Daydreaming -(con video di Paul Thomas Anderson: https://www.youtube.com/watch?v=TTAU7lLDZYU)- sanno trasportare, anche se non sono i pezzi migliori del disco.

Al suo interno si possono scoprire contaminazioni da ogni lavoro precedente della band: si passa dalle ballate come The Numbers (con orchestrazioni magnifiche),  Desert Island Disk e Identikit. Quest’ultimo un ottimo pezzo dove dominano chitarra e basso sui pianoforti, con un giro stoppato lungo tutte le strofe. A queste due, si può aggiungere anche Present Tense una bossanova scritta dalla seconda mente dei Radiohead, il chitarrista Jonny Greenwood, che dimostra ancora una volta il suo genio compositivo. Present Tense è un pezzo che sa quando aumentare e quando diminuire. Tutto è al posto giusto.

Come la traccia intitolata Ful Stop, che con i suoi arrangiamenti acidi spezza in modo perfetto i due singoli dalla ballate che caratterizzano la maggior parte del resto del disco.

Il finale è affidato a True Love Waits, uno dei molti pezzi ripescati dai demo incisi precedentemente e che con le sue atmosfere cupe getta un velo nero sul futuro dei Radiohead: ci sarà un seguito o siamo di fronte alla fine di tutto?

Lo scopriremo solo aspettando.

Pezzi Consigliati: Identikit, The Numbers, Present Tense