Di Simone Apicella

Fino a che punto si può essere coerenti con sè stessi, prestare fede alla propria idea, dedicare e infine immolare la vita ad essa? Buio a mezzogiorno di Arthur Koestler parla delle purghe staliniane e fu scritto nel 1940. Meno di dieci anni più tardi l’orrore dello sterminio degli ebrei si abbattè come un macigno sulle coscienze degli europei, facendo sentire tutti un po’ colpevoli, o comunque nessuno innocente. Anche quella fu l’estrema conseguenza di un’idea. Ma non è questo il tema di Buio a mezzogiorno. Koestler porta sulla pagina la tragedia delle purghe staliniane, e lo fa con una prosa scorrevole e penetrante, facendo rivivere l’orrore della prigionia e della tortura attraverso gli occhi di un funzionario del Partito Comunista, accusato di cospirazione sovversiva.

La storia di Rubascёv è identica a quella di migliaia di altri come lui, e vuole ricalcare in letteratura le vicende dell’intellettuale rivoluzionario Nikolaj Bucharin.  Egli appartiene alla generazione rivoluzionaria del ’17, che posò sulle ceneri dell’impero zarista il basamento dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (CCCP). Terminati i primi anni di assestamento politico dell’Unione, Rubascёv diventa dirigente negli organi di Partito e porta avanti la causa rivoluzionaria con spregiudicatezza e fermezza.  Ogni incertezza può indebolire la percezione della gente, del mondo verso il Partito.

Rubasёv rappresenta la stessa generazione che negli anni Trenta pagò con la vita il rifiuto verso un’ortodossia politica che essa stessa aveva imposto. Il tema del sacrificio personale in favore di un’idea – nonostante la propria aderenza ad essa sia vacillante, o compromessa, o addirittura assente, facendo del sacrificio stesso un paradosso – è il centro di gravità di questo romanzo. Rubascёv protegge il frutto della sua idea e non ammette indulgenza. È razionalmente consapevole di essere una minaccia verso il mondo che ha contribuito a costruire, ma nel quale, allo stesso tempo, non riesce più a riconoscersi moralmente, per l’abisso etico che li separa.

Le sequenze narrative degli interrogatori sono estremamente efficaci nella rappresentazione della tortura psicologica. Rubasёv viene forzato dall’inquisitore Gletkin a confessare il falso, dopo essere stato ridotto a uno stato di prostrazione mentale assoluta. Ma l’indagato è consapevole di ciò che sta facendo, le sue ragioni motivano la scelta del sacrificio. Il Partito ha sostituito la categoria di valore buono-cattivo con quella di utile-dannoso: Rubascёv è consapevole di essere dannoso.

Buio a mezzogiorno mette a nudo tutta la crudeltà e il cinismo del terrore sovietico, ma dall’altra parte ne motiva il senso, lo riveste di un velo di razionalità, ne dimostra la bontà in quanto espediente dedicato all’autoconservazione. La sceltà di Rubascёv è dettata da necessità storica.  Una lettura, se non si fosse capito, consigliatissima.

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