Quello che ormai viene considerato come il miglior disco dei Beach Boys è anche quello che, paradossalmente, abbandona lo stile che aveva portato alla ribalta la band californiana, sia a livello contenutistico che a livello tecnico. Le canzoni dell’album lasciano da parte il surf, le macchine e le belle ragazze e si fanno più intime, affrontando temi profondi come il tempo che scorre, l’amore sofferto e problematico, il rimpianto. Temi quasi “mascherati” dalle note guizzanti, gioiose, e dalla strumentazione brillante ed originale, nonché innovativa (per l’epoca). Il tutto, fuso dal geniale arrangiamento di Brian Wilson (il disco viene ricordato più come un lavoro solista di Brian piuttosto che dell’intera band, data la partecipazione degli altri componenti alla sola parte vocale) sembra suggerire che quell’”estate infinita” esaltata dai Beach Boys poco tempo prima, fosse oramai terminata e che nuovi orizzonti musicali si stessero per delineare nel futuro della band.

Era il dicembre del 1965, ed i Beatles avevano appena pubblicato la versione americana di Rubber Soul. Brian Wilson, in quel periodo concentrato su quello che sarebbe poi diventato Beach Boys’Party!, ebbe modo di ascoltare l’album dei Fab Four e ne rimase profondamente colpito. Egli dichiarerà in seguito: « Non ero preparato per quell’unità. Sembrava che tutto stesse bene insieme. Rubber Soul era un insieme di canzoni… che in qualche modo andavano insieme come in nessun album mai prodotto, e io ero molto sorpreso. Dissi: “Ecco. Ora sono davvero stato spinto a fare un grande album.” » Pet Sounds nasce, dunque, anche come sorta di reazione a Rubber Soul (interessante ricordare come Pet Sounds, che riscosse un buon successo in Inghilterra, sarà poi una fonte d’ispirazione per i Beatles di Sgt. Pepper’s Loney Hearts Club Band). Quando gli altri membri della band ascoltarono le prime composizioni, non ne rimasero affatto soddisfatti; ma l’entusiasmo di Wilson era tale che alla fine cedettero e decisero di supportare il progetto, sebbene il loro contributo fu molto marginale.

Pet Sounds, assieme al sopracitato Rubber Soul, viene ricordato come uno dei primi concept album della storia della musica pop, a ragione. La tematica che lega le tredici canzoni del disco è, sostanzialmente, la fine dell’età giovanile: si va dalla voglia di “essere adulti” di Wouldn’t it be nice (wouldn’t it be nice if we were older?/Then we wouldn’t have to wait so long), passando attraverso i conflitti interiori di That’s not me, l’amore che “prima c’è, poi se ne va” in Here today, per poi approdare al rimpianto della giovinezza di Caroline No. Degni di nota sono anche i due pezzi strumentali del disco, Let’s go away for  awhile e Pet Sounds. Quest’unità tematica è accompagnata, come è già stato accennato, da un geniale arrangiamento che lega in modo magistrale i moltissimi strumenti impiegati (tra i quali vi sono violini, pianoforti, sassofoni e, per la prima volta in un disco di musica pop-rock, un theremin) e le magnifiche armonie vocali, utilizzando frequentemente sovraincisioni e raddoppiamenti. In questo modo, canzoni che apparentemente appaiono semplici, in realtà assumono una complessità straordinaria, tanto da spingere innumerevoli critici musicali ad utilizzare il termine “baroque pop”.

Un disco tecnicamente elaborato, quindi, ma al contempo orecchiabile e dotato di una sorta di magia e freschezza (nonostante la malinconia di fondo) tipica degli anni ’60. Pet Sounds merita di essere ascoltato ancora oggi non solo per l’importanza storica (fu una fonte d’ispirazione per artisti del calibro di Bob Dylan, Paul McCartney ed Elton John) o per il genio compositivo di Brian Wilson, ma anche e soprattutto perché rappresenta il vertice tecnico della musica pop.