di Giacomo Rota

In un’epoca estremamente creativa nella produzione di nuove patologie psicologiche (molto spesso non riconosciute ufficialmente come tali dalla comunità scientifica), non è stato certo una sorpresa scoprire che esiste quella che in inglese si chiama post-vacation blues, ovvero la sindrome da rientro post-vacanze.

Per sdrammatizzare sulla cosa, sembra proprio che l’uomo contemporaneo faccia di tutto per assumere ritmi e cicli di vita che permettano il prolificare di queste forme di disagio, spesso derivate da una totale discrepanza tra i tempi fisici del sistema corpo-mente e quelli dettati dal calendario sociale e dagli orologi.

Se una vacanza diventa sinonimo di reset completo, tanto nelle attività mentali quanto in quelle motorie, succede che il nostro corpo, che ha bisogno del suo tempo anche per rilassarsi, si trovi del tutto disorientato al momento del rientro, quando deve repentinamente riallacciarsi a stili di vita lavorativi e intensi. La cosa vale anche al contrario, quando la vacanza diventa occasione per sovraccaricare il corpo con attività a cui non si è abituati durante l’anno. Spesso forme di divertimento “intense” possono avere effetti sgradevoli al ritorno, al punto da arrivare ad avere bisogno di una vacanza dalla vacanza!

Secondo il portale “In a Bottle”, «l’approccio al ritorno in città avviene per un italiano su 2 all’insegna dell’ansia (23%) e preoccupazione (28%), il 27% risulta addirittura depresso e solo il 21% si dichiara tutto sommato sereno» (dati 2014).

Charlie Chaplin e l'alienazione del lavoro, in uno dei suoi film più celebri "Tempi moderni"
Charlie Chaplin e l’alienazione del lavoro, in uno dei suoi film più celebri “Tempi moderni”

Una vacanza è spesso il nome che diamo a quella volontà (recondita o meno) di voler rompere i ponti con una quotidianità che ci stufa, ci stressa o, più semplicemente, non ci piace. E dal momento che è il calendario sociale a dettare il nostro tempo, se si ha una sola settimana di ferie, ci si sentirà obbligati a pretendere che quella settimana sia di riposo, di vera vacanza, con risultati opposti o sgradevoli al ritorno (difficoltà a concentrarsi, stanchezza, irritabilità…).

Tra i “rimedi” gli esperti consigliano il time management, ovvero un’organizzazione accorta dei propri impegni e tempistiche nelle fasi pre- e post-vacanze, con una serie di possibili attività che permettano alla mente e al corpo di non subire “strattoni” eccessivi.

Personalmente l’espressione mi sembra provenire dallo stesso male che vuole curare, proprio perché non riusciamo più a uscire dall’ansiogeno paradigma che la nostra vita debba essere in mano a un manager che la gestisca in maniera produttiva ed efficace. La sindrome da rientro sarebbe così parte di quell’ansia che si è infilata da tempo nelle maglie della nostra società (e la pratica stessa delle “vacanze”, così com’è stata concepita dall’avvento della moderna concezione di lavoro, ne è appunto un esempio).

Si darebbe ragione a Pascal, il quale scriveva: «Vedo bene che, per rendere felice un uomo, basta distrarlo dalle sue miserie domestiche e riempire tutti i suoi pensieri della sollecitudine di ballar bene» (Pensieri, §359). Come a dire: siamo sempre in cerca di una via di fuga.

Crediti immagini: Public Domain Pictures (immagine di copertina), Flickr (immagine1)

Fonti: portale In a Bottle, Wikipedia (post-vacation blues)