Music Has the Right to Children, così titolava l’album d’esordio dei Boards of Canada, ovvero la musica ha il diritto di avere figli.

In che modo mai? Il parto è affare biologico, proprio del mondo animale; la chimica dei corpi, il calore della carne non possono esserne esclusi. Un’affermazione del genere, tra l’altro sostenuta da uno dei gruppi che più hanno reso l’artificiale, l’elettronico il loro habitat creativo, a cosa potrebbe dare genesi?

Avviene il connubio del corpo umano con il mondo delle distorsioni, percettive e fisiche, degli esperimenti sonori, delle droghe (al contempo causa ed effetto delle distorsioni), del sudore meccanico. Da questa unione organico-digitale, si affaccia al mondo la musica di Alejandro Ghersi, in arte Arca.

Venezuelano, di stanza a Londra, attivo già da anni come produttore, avendo collaborato con artisti del calibro di FKA Twigs e Björk, la nuova e l’immortale. È riuscito in pochi anni a fabbricare un proprio suono, riconoscibile fin dalle prime vibrazioni, in perenne mutamento e per questo fragile; se ne intravedono le crepe, ma la musica pressa, insiste e costringe fra pareti (sonore) futuristiche: sorge il dubbio del virus post-moderno.

L’elettronica di Arca, tuttavia, per quanto instabile e appositamente effimera, sfrutta al meglio queste sue caratteristiche, per proiettare l’ascoltatore assorto in un limbo dilatato, dagli spazi prevedibilmente simili a quelli di una sala da ballo (eccoli sopraggiungere, gli accenni di post-club, i divertissement ritmici), nella quale compaiono a danzare delle terribili e affascinanti presenze, figlie di un’evoluzione deviata: sono le creature ideate da Jesse Kanda, corpi malleabili, grotteschi ed eternamente noi. Che sia questa la prole musicale di cui parlava il duo scozzese?

Nel suo esordio, il densissimo Xen (2014), come nel seguente LP, il monolitico ma incerto Mutant (2015), Arca mette in mostra questi corpi deformi, senza timore e senza riserve. Appaiono anzitutto sulle cover di entrambi i lavori, per poi sciogliersi nelle loro sonorità; sensi visivo e uditivo finiscono col rincorrersi, poi fondersi e travolgere l’attenzione, dopo averla pretesa con la loro provocante vanità (“Vanity”, dall’album Mutant) ed estrosa, latina sensualità (“Thievery”, dall’opera prima Xen), che cattura in una trasgressiva estetica queer. La decostruzione corporea conduce ad un ri-assemblaggio chirurgico, che svia i dettami della musica da club contemporanea, per farne la satira e condurli all’inevitabile mutazione.

Si tratta di un’ossessione, quella del corpo, la quale, per quanto possa apparire esagerata o persino edonista, sfugge dalle visioni cirenaiche che dominano (nel mainstream come nell’underground) la musica volgarmente chiamata “da discoteca”, quella basata sui ritmi, sulle ripetizioni, sulle pulsioni emotive più intime. Arca, benché in certi passaggi caschi suo malgrado nel vizio sonoro, è riuscito a dare alla luce e a sviluppare un progetto artistico senza eguali.

Come detto, da perfezionare e da affinare; ma al giovane Alejandro il tempo per farlo non manca e di certo non ne spreca. Lo dimostra in eccellenza con l’ultima produzione, Entrañas (ossia, viscere), la quale già dal titolo riprende ed enfatizza lo studio acustico del corpo intrapreso dall’artista. Questa volta, mettendone a nudo le oscene profondità.

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