Viene afferrata, la poesia, e trascinata dalle note di un pianoforte e gli accordi d’una chitarra; si incastra tra le ripetizioni ritmate di una traccia rap, tra le drum machine impetuose e il racconto di un disagio.

Accade così che riescano ad emergere degli spiriti sognatori, terribilmente in bilico tra sé stessi e il duro mondo. Accade che un poeta si metta a cantare.

In particolare, per questo articolo, mi concentrerò su quattro artisti battezzati dalle acque del Tamigi.

He said my charming death would wither

and time would bring a treasure trove of things;

and the shadows now are just a sliver,

but still it stings,

but it doesn’t matter

when the poet sings.

– L.A. Salami

Lookman Adekunle Salami è un bardo londinese, un cantastorie, un troubadour e, bisogna concederglielo, ha stile da vendere. Apre l’articolo non solo in quanto primo ispiratore dello stesso, ma anzitutto perché dalle sue canzoni si sprigionano narrazioni intime e trascinanti, tangibili. Si tratta di racconti quotidiani, racconti che sono anche i nostri: fa di Londra una sineddoche globale, rappresentazione dei dolori e delle difficoltà urbane e sentimentali che tutti, prima o poi, sono costretti ad affrontare.

Così il suo blues, tanto adatto alla strada quanto ai salotti intellettuali, canta la vita dell’uomo contemporaneo, criticandone le deformità, come ad esempio fa nel suo ultimo singolo “The City Nowadays”, dove attacca la cultura “fast-food” che dilaga ormai ovunque (fast-food films, fast-food music, fast-food politics, fast-food ideology, lamenta a fine traccia).

Consiglio spassionatamente: l’ascolto del suo precedente EP, “The Prelude”, e l’attesa del suo LP d’esordio, “Dancing With Bad Grammar”.

A seguirlo è Keaton Henson, anima travagliata, voce delicata e fragile dai toni esistenzialisti e romantici. In lui, musica e poesia prendono il sopravvento l’una sull’altra, alternandosi, fino a raggiungere sommità in cui il poeta scioglie interamente la sua voce nella pura melodia, lasciando agli strumenti il compito di narrare.

Eclettico, geniale, esagerato certe volte, ma sincero: è il suo cuore a vibrare in ogni sua canzone, un cuore vulnerabile e mostrato all’ascoltatore, che non deve far altro che aprire il proprio. L’impressione è quella d’essere alla presenza di un poeta confessionale, capace di farsi silenzio contemplativo, sussurro tormentato, rabbia malinconica.

Anche qui un consiglio: l’ascolto del suo secondo album, “Birthdays”, e l’attesa della prossima uscita, “Kindly Now”, ai quali aggiungo il sublime “Romantic Works” (uno strumentale solo piano e violoncello).

Con Kate Tempest torniamo con violenza sulle strade, intrappolati tra l’asfalto e i mattoni. Ecco le periferie londinesi, quelle dei giovani intossicati, delle innumerevoli serate buttate nei locali, dei giri criminali gestiti dietro i banconi lerci dei pub.

Ma lo sguardo, si capisce presto, va ben oltre.

Poetessa, drammaturga, rapper colta e abile, attenta e acuta osservatrice. Rattrista scoprirla così poco conosciuta: rattrista ma non sorprende, considerando quanto i suoi testi siano laceranti e spietati, caratteristiche escluse dal mainstream dell’industria. E chi dice che lei abbia intenzione di entrarci? Al contrario: pare che il suo obiettivo sia di danneggiarne gli ingranaggi, o quantomeno di far vedere il luridume di cui grondano.

Lo fa con eccellenza nel suo LP d’esordio “Everybody Down” (ascolto consigliatissimo), poema prima che album, storia intensa, i cui personaggi sono grotteschi abbastanza da intenerire, reali abbastanza da intimidire. Per capirne la potenza narrativa, è sufficiente la prima traccia. Il ritmo martella, i versi si fanno assalto e pensiero: capolavoro.

Chiudo facendo sopraggiungere la voce incomparabile di un dandy vagabondo, nebuloso griot e pianista straordinario, rinchiuso in solitudine nella sua scatola di pietra.

Si tratta di Benjamin Clementine, gigante d’intimismo e poesia, che fa convivere nella sua arte gli spiriti delle due nazioni che si fissano oltre la Manica. Prima Londra da ragazzo di periferia, poi Parigi vissuta in povertà, nei panni di bohémien dei giorni nostri, poi di nuovo Londra e il successo, coronato dal primo album “At Least for Now”, recita per pianoforte dei suoi testi poetici.

Torniamo nell’intimismo più sfrenato e folle, improvvisato e tenebroso, che pervade la musica, le parole e la persona stessa di Clementine, rendendolo di fatto privo di qualunque fissa categoria: è uomo prima di tutto, abitatore di sé prima che del mondo.

Avremo sempre bisogno di poeti e di cantori, della grazia di una rima, che ci colga tutti in un sospiro e ci trasporti, con foga o mitezza, tra le foglie secche della mente, tra i gelidi palazzi delle città, svelando ai nostri occhi, per parafrasare un poeta-burattino, la straziante meravigliosa bellezza del creato.

Well done Ol’ Blighty;

I suppose at least,

When the suffering comes,

the poets, bards and griots,

Shall finally be your best pal eh?

Like in the good Ol’ days.

– Benjamin Clementine

Fonti: L.A. Salami, Henson#1, Henson#2, Tempest#1, Tempest#2, Clementine#1, Clementine#2

 

 

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