di Camilla Di Iorgi

Avete mai cercato la parola handicap sul vocabolario? In effetti non è una parola complicata o dall’oscuro significato, quindi suppongo non sia una delle più ricercate sul dizionario. Infatti, una volta controllato, non troverete alcuna sorpresa per quanto riguarda i significati, ma non posso dire altrettanto sull’ordine datogli. Contrariamente a come si possa pensare, il primo significato è legato allo sport, dove nelle gare denominate handicap, i singoli partecipanti vengono almeno parzialmente pareggiati, grazie a diversi mezzi, per consentire anche a quelli più inferiori di conquistare un premio.

Solo al secondo si trova invece, quello a cui siamo più comunemente spinti a pensare quando si parla di handicap. Parlo del senso figurato, un fatto o un azione che mette una persona in condizione di inferiorità e la condizione stessa di inferiorità e del significato più specifico:

“Svantaggio rappresentato da minorazioni o difetti, più o meno gravi, di tipo intellettivo, motorio (spasticità, paraplegie, ecc.) o sensoriale (minorazioni della vista, dell’udito, ecc.), che rendono difficile a una persona il normale inserimento nella vita sociale in alcune o tutte le sue manifestazioni (familiari, scolastiche, professionali, ecc.)”

Quello che voglio dire, è che quando parliamo di handicap, la prima cosa a cui siamo portati a pensare è la disabilità fisica di una persona, in primo luogo quella motoria e poi quella sensoriale. Dobbiamo però tenere a mente che l’handicap nel suo senso generico è una disabilità, uno svantaggio rispetto a qualcos’altro o qualcun altro.

In questo senso, se vi dico che secondo una credenza molto diffusa l’essere umano sfrutta solo il 10% del suo cervello, l’intera umanità più considerarsi handicappata, soprattutto se si tiene conto di quello che ci racconta Morgan Freeman, alias Professor Norman, nel film di Luc Besson, Lucy. Il film, infatti, nonostante il successo al box office e le numerose recensioni per la maggior parte positive e centrate sulla performance eccellente della sempre più brava Scarlett Johansson, sui temi intriganti e la fotografia, ha subito delle critiche negative per la trama ritenuta assurda e complicata, proprio perché incentrata sul mito del 10% e delle sue abilità derivanti, come la telecinesi, l’apprendimento accelerato, il controllo del tempo e il controllo della coscienza e dunque di altre persone.

Lucy alias Scarlett Johansson, obbligata a lavorare come corriere della droga, viene operata chirurgicamente e le viene inserita nell’addome una sacca contenente una nuova sostanza. Quando, però, il pacchetto che trasporta si lacera e il contenuto si riversa all’interno del suo corpo, le sostanze vengono assorbite dal suo organismo e Lucy acquista straordinarie capacità fisiche e mentali, aumentando a dismisura la capacità di sfruttamento del proprio cervello. Inizia cosí per la protagonista, un viaggio che la porterà a sacrificarsi al fine di lasciare tutte le proprie conoscenze all’umanità. Per farlo Lucy raggiungerà il 100% delle sue capacità cerebrali, sparendo nel continuum spazio temporale e spiegandoci come tutto sia connesso e come l’esistenza sia provata solo attraverso lo scorrere del tempo. Di lei rimangono solo i vestiti e uno strano super-computer nero da lei creato in cui è racchiuso tutto ciò che conosce. Lucy raggiunge, dunque, l’immortalità cellulare, è ovunque e in un’ultima ripresa dall’alto, il film si conclude con la sua voce che afferma: “La vita ci fu data un miliardo di anni fa. Ora sapete cosa farne”.

È ammaliante, per l’uomo pensare all’evoluzione dell’umanità stessa, non tanto in termini tecnologici o sociali ma più che altro biologici, di come attraverso di essa potremmo avere e fare sempre di più. Un po’ come dei veri supereroi, come ci viene raccontato in Lucy, o altri film come Limitless o X-men.

È ammaliante realizzare che l’uomo attuale è incontentabile già al 100% delle sue capacità, non stupisce, data la sua ossessione, che quando si parla di disabilità, si pensi subito ad un handicap fisico, ad un handicap dell’uomo.

Non so voi ma io non oso immaginare cosa farà l’umanità una volta salito il prossimo gradino dell’evoluzione.


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