Di Andrea Ancarani

Ormai, a circa tre mesi dal referendum consultivo che il 24 giugno segnò la volontà del Regno Unito di abbandonare l’Unione Europea, si possono cominciare a raccogliere i primi risultati e considerazioni anche in rapporto alle molte previsioni, alcune fantasiose, altre più serie, fatte a ridosso del voto.
Prima di tutto, come molti analisti e economisti avevano segnalato, la sterlina si è svalutata di circa il 10% subito dopo il voto (contrariamente alla previsioni catastrofiche di un -20% da parte di alcuni politici e speculatori come George Soros). Ad oggi il prezzo si sta stabilizzando consolidando la correzione al ribasso ma rimanendo ben al di sotto della prospettiva di una sterlina carta straccia. Bisogna aggiungere che il forte ribasso sia delle borse, che della valuta, è stato dovuto principalmente al clima di terrore creato intorno ad un’eventuale vittoria dei “Leave”, che è andato così a evidenziare gli effetti del voto.

Altro punto da mettere in evidenza è la tenuta degli investimenti nel Paese in aperta controtendenza rispetto alle previsioni e agli annunci susseguitesi i giorni prima del voto. Gli investimenti sono infatti aumentati dell’11% nel periodo aprile 2015-aprile 2016 andando a tutelare circa 83mila posti di lavoro (fonte: Department for International Trade Inward Investment Results 2015/16). Lo sforzo, infatti, del neo eletto primo ministro Theresa May, è stato da subito quello di attrarre investimenti e mantenere Londra come polo della finanza e dell’industria europei creando, a questo scopo, il ministero per il Commercio Internazionale, con a capo Liam Fox. Tuttavia, nonostante l’ottimismo di alcuni esponenti del governo, come lo stesso Fox, rimangono aperti molti problemi sul tavolo, infatti la mancata caduta degli investimenti puo’ essere dovuta al fatto che alcune aziende abbiano avviato progetti (come la costruzione di un nuovo sito produttivo) che richiedono un flusso costante di capitali, o che magari hanno deciso di acquisire un’impresa locale.

Tutti fattori dunque che sul breve possono generare ottimismo ma che sul lungo non danno alcuna garanzia. Di questo è testimone il grande supporto alla causa “remain” dato da alcune grandi multinazionali come Nissan, Unilever e LandRover che hanno minacciato di lasciare il Regno Unito nel caso vincesse il “leave”.

L’ultima considerazione da fare è riguardo al turismo e al costo dei voli. Infatti in questo caso le previsioni si sono rivelate piuttosto esatte. Il Regno Unito è stato, ed è ancora, la patria dei voli low-cost (EasyJet e Ryanair per citare le compagnie più importanti) che hanno permesso agli Europei di muoversi per l’Europa senza limitazioni.

Tuttavia l’immediato post Brexit ha visto un crollo del valore delle azioni delle compagnie aeree low-cost (per EasyJet si parla del -28% nell’ultimo mese) come segno finale di un anno in cui la redditività delle compagnie aree è già stata messa in difficoltà dal terrorismo e dall’incertezza geopolitica. Senza dubbio un rincaro del prezzo del biglietto, seppur bilanciato dalla svalutazione della sterlina, ci sarà per chi viaggia verso il Regno Unito. Tuttavia le nuove normative peseranno sulle compagnie anglosassoni solo dopo che il processo di abbandono dell’Unione Europea comincerà effettivamente … Dunque fate scorta di biglietti!