“Noi duri

coi volti scuri scuri

proiettiamo ombre lunghe sui muri,

noi duri.”

Inizia così uno degli intramontabili successi di un artista poliedrico, controverso e poco conosciuto come Fred Buscaglione, intitolato “Noi duri”.

Nato a Torino nel 1921, e morto in maniera estrema, come forse era il caso, nel 1960, Ferdinando Buscaglione, per gli amici Fred, è stata la voce di una mala educata e romantica. Dopo un’infanzia soleggiata in provincia di Biella, viene ammesso, alla tenera età di 11 anni, al Conservatorio Giuseppe Verdi di Torino, che abbandona tre anni dopo per motivi vuoi economici, vuoi di pura e semplice antipatia per le regole rigide della musica classica. Sostentandosi con lavori d’occasione, si esibiva nei locali notturni della sua Torino come cantante jazz, coadiuvato dalla sua incredibile capacità di polistrumentista. Fu proprio in una di queste occasioni che conobbe uno studente di giurisprudenza scapestrato ed eclettico quanto lui, Leo Chiosso, divenuto poi, dopo la fine della guerra, il suo paroliere per eccellenza, oltre che il suo compagno di scorrerie. Prigioniero degli americani durante la seconda guerra mondiale a Cagliari, dove aveva formato il Quintetto Aster, fu forse in questa occasione che iniziò a sperimentare con le musicalità statunitensi, rimanendone affascinato. Talmente affascinato da rendere la propria immagine quella di un gangster, con i baffetti sottili e le diverse affettazioni à la Clark Gable.

Una volta sulla cresta dell’onda, Fred si lascia andare a diversi ecletticismi che fecero assai scalpore ai tempi. Nel 1953 sposa Fatima Bem Emarek, acrobata e contorsionista di origine magrebina, conosciuta in un locale di Lugano. Quel che fece scalpore, in realtà, fu più che altro la fuga organizzata da Buscaglione con la sua bella, tipica fuitina dalle ostilità del di lei padre, su una slitta trainata da un cavallo.

La gelosia della bella Fatima si fa sentire però, e la relazione, come quelle di tutti i gangster, veri o presunti, si fa incandescente, fino alla separazione dei due (altro scandalo, per l’epoca) nel 1959. Si parla di riconciliazione dei due, ma non si hanno notizie certe, visto il gramo destino del cantante.

Il 3 febbraio 1960, infatti, Fred, alla guida della sua Ford Thunderbird, macchina gangster per eccellenza, di un vistosissimo color lilla (lui la chiamava “criminalmente bella), si schianta a velocità (per i tempi) supersonica contro un camion carico di porfido. Inutili gli sforzi: Buscaglione si spegne prima di raggiungere l’ospedale. Pochi giorni prima della morte aveva annunciato ad un’Italia delusa la sua intenzione di ritirarsi nel giro di due anni, e di far sparire “Fred il duro”.

Il suo ultimo film, uscito postumo con il nome di Noi Duri, sbanca il botteghino ed è un vero e proprio inno alla dramatis personae del buon Ferdinando.

A nulla sono valsi i tentativi di rianimare il fenomeno Buscaglione; ben poca fama hanno ottenuto coloro i quali hanno provato a reinterpretarlo. Il mito Fred, il gangster in balia delle belle donne, dell’alcol e delle serate folli, ma spietato coi nemici, non ha più avuto eguali. Eppure, non molti conoscono le note di questo artista. Pochi sanno che, oltre ad essere un uomo di spettacolo eccezionale, la sua vera passione era la musica in sé. Nessuno, o quasi, si ricorda di lui come musicista estroso, brillante e davvero versato.

Ho voluto parlare di Fred Buscaglione, oggi, perché anche il crimine ha il suo fascino, la sua etichetta, il suo modo di esprimersi unico. Non parlo del fascino rozzo e greve del randagio di quartiere, con i suoi mezz’etti di hashish di quart’ordine. Parlo dell’eleganza non ostentata ma sempre stravagante di un artista che ha votato la sua carriera a dar voce alla mala antica, alle “pupe” e ai “bulli”, alle gonne fasciate, ai doppi gessati ed ai cappelli a larghe falde.  Ricordiamoci di Fred Buscaglione per la grazia, direi, della criminalità che raccontava così bene: risse per l’onore della fidanzata, ed i duri che tornano a casa a farsi mettere a letto da mammà. Non c’è violenza vera, non ci sono immagini truculente di morti e feriti, non c’è nemmeno la boria della piccola criminalità. C’è, anzi, la naivete di un ragazzo fregato dalle bellezze femminili e da un bicchiere di troppo, dall’amore per la sua mamma e dalle macchine veloci.

C’è Ferdinando Buscaglione, giovanotto ribelle ma senza esagerazioni, capace di intrattenere un pubblico eterogeneo con una voce profonda e dei testi scherzosi, dotato di una classe naturale che si potrebbe di nuovo definire “criminalmente bella”.