06:33 pm
20 settembre 2017

Ingenuità iconoclasta

Ingenuità iconoclasta

di Aurora Vasinton

Cosa hanno in comune il movimento delle suffragette, Mosè, il Mullah Omar e i protestanti olandesi? Apparentemente ben poco. Eppure rappresentano tutti, seppur con moventi diversi, una tappa fondamentale di uno dei più grandi leitmotiv della storia: la distruzione delle immagini.

Il dibattito sul potere delle immagini e sulla loro utilità in quanto vie di accesso privilegiate alla fede – quindi alla Verità di Dio – ha plasmato le fondamenta di tutte le grandi religioni del mondo, seppur con esiti molto diversi.

Nella storia dell’Occidente, e quindi nella storia della diffusione del Cristianesimo, la confluenza di due grandi matrici (quella ebreo-giudaica e quella greco-romana) è rappresentata paradigmaticamente proprio dagli scontri sulla considerazione che le immagini meritano di avere: se per la cultura greca, e ancora prima per quella egizia, la vista era il senso fondamentale con cui approcciarsi al mondo, il Dio dell’Antico Testamento è un Dio che non si manifesta mai in immagine, è una voce, è emanatore ed emanazione del secondo comandamento: “ Non ti farai né idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù nel cielo né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra” [Exod. 20].

Da qui nasce la famosa e violenta reazione mosaica alla costruzione del vitello d’oro, a causa del quale morirono per ordine di Dio più di tremila uomini del popolo di Israele, uccidendosi fra loro in una sorta di punizione fratricida; e proprio questi sono i passi biblici a cui si ispirano le ondate di iconoclastia che avverranno nel mondo bizantino.

In risposta ad esse interverrà il concilio di Nicea II (787 d.C.), che sarà il primo a creare la distinzione fra adorazione e venerazione e a permettere quindi all’Occidente di accettare l’uso delle immagini, purché concepite come tramiti (il cui aspetto materiale, quindi, è irrilevante) e non come incarnazioni materiali della Verità di fede, a cui esse devono solo rimandare.

È evidente come, in realtà, nel culto delle immagini cristiane questo precetto raramente sia rispettato: dai santini tenuti in borsa proprio per i loro poteri protettivi e taumaturgici, alle reliquie, alle statue come la Madonna di Lourdes che è l’unica, fra i milioni di statue rappresentanti la Madonna realizzate nella storia del Cristianesimo, ad avere poteri guaritivi di quel tipo. Le grandi icone della cristianità acquistano potere proprio in virtù del loro aspetto materiale, di trovarsi in quel luogo, in quel momento, con quella storia e quelle caratteristiche.

Proprio da questo cortocircuito potremmo dire che nasce l’iconoclastia: l’immagine che crea l’idolo ha una doppia identità, anche dal punto di vista filologico. “Eidolon” infatti, nell’uso platonico, indicava una copia di una copia, in quanto copiava il mondo che era già a sua volta copia del mondo delle Idee; l’immagine quindi è vacua, priva di essenza, solo materialità, e proprio questa è l’idea che porta gli iconoclasti a sentire non solo lecita, ma necessaria la violenza verso le immagini, in quanto semplice prodotto umano che porta come unico risultato di allontanare dalla Verità ultima.

Ma “eidolon” ha anche un altro significato fondamentale, che sta agli antipodi di quello platonico e che ci rivela molto di più sui reali motivi che spingono alla distruzione di immagini: nella lingua greca infatti questa parola viene anche usata per indicare le apparizioni nei sogni, oppure le anime dell’Ade, cioè tutto ciò che è apparizione di qualcosa che non è più o non fa parte del mondo reale: Louis Marin la chiama “presentificazione dell’assente”. Questo significa che l’immagine ha il potere di far esistere qualcosa che va oltre la sua materialità, il suo medium, e questo è il motivo ultimo per cui ci sentiamo turbati dall’idea di sfregiare la foto di nostra madre e per cui è possibile sentirsi minacciati dal potere che le immagini esercitano per una società.

L’iconoclastia quindi, intesa come esercitazione di violenza verso le immagini, non avviene solo in ambito religioso, ma viene perseguita anche su un piano politico, sociale e identitario: Bruno Latour, riprendendo il celebre concetto coniato da Huntington di “clash of civilizations”, cioè scontro di identità culturali-religiose, ha coniato la definizione di “iconoclash” per definire questa tensione nel valutare e reagire all’uso e al potere di immagini rappresentative.

Buddhas_of_Bamiyan

Buddhas_of_Bamiyan

Un buon esempio di iconoclash è l’episodio che nel 2001 ha visto il Mullah Omar distruggere con del tritolo delle mastodontiche statue di Buddha poste nella Valle di Bamiyan, in quanto ritenute “offensive per i credenti islamici”: il grande dibattito apertosi intorno a questa distruzione mostra chiaramente il “clash”, lo scontro di identità culturali – in quanto anch’esse plasmate dal loro modo di intendere le immagini – e anche le profonde contraddizioni insite in ogni atto di iconoclastia.

Mentre l’Occidente cristiano infatti proponeva una distruzione delle statue allo scopo però di ricostruirle e ‘musealizzarle’ (ovviamente in un museo occidentale), il Mullah dichiarava che in fondo si trattava solo di “una montagna di sassi”: ma perché mai un’identità religiosa intera (l’Islam) dovrebbe sentirsi minacciata da un mucchio di sassi? Perché investire tempo, soldi e denaro in tonnellate di tritolo e manodopera per distruggerlo?

Lo scontro, il “clash” di questa vicenda si stratifica e si sviluppa in molteplici direzioni, identificandosi sia con un confronto più propriamente culturale (islamismo-buddhismo), sia con la natura fondamentalmente ambigua dell’immagine, ma anche con l’ambiguità della posizione del distruttore: è più iconoclasta la decisione del Mullah di far saltare in aria le statue, o la proposta dell’Occidente di sezionarle e musealizzarle, snaturando completamente il loro contesto e quindi il motivo primario per cui quelle statue sono state create?

 

Il grande errore del distruttore di immagini è un errore di ingenuità: egli colpisce un medium (una tela, una statua, delle stampe) pensando così di poter cancellare un intero immaginario collettivo, ma solo dopo le crisi iconoclaste ci si rende conto che colpendo l’immagine si colpisce anche qualcos’altro di ben più radicato e di fondamentalmente irrinunciabile anche per l’iconoclasta stesso; il vizio di fondo è credere che la Verità (non intesa solo in senso religioso, ma anche in senso socio-politico, ad esempio l’identità profonda di un popolo) si allontani dall’uomo mano a mano che i media che egli usa per raggiungerla presentano il suo intervento diretto e manipolatorio (ecco perché, ad esempio, le icone bizantine si definivano “acheropite”, cioè non eseguite da mano umana).

L’iconoclasta si pone una dicotomia che di fatto non esiste fra visibile e invisibile, fra oggetto e idea, quando in realtà tanto più il prodotto umano è manipolato in modo sofisticato (ad esempio, nel caso della capacità mimetica perfetta della realtà, che richiede grandissima tecnica) tanto più è efficace come via di accesso alla verità: un caso estremamente paradigmatico, ma ancora poco citato, di questo rapporto manipolazione/realtà è offerto non solo dalle immagini religiose, ma soprattutto dalle immagini scientifiche (tac, riproduzioni dello spazio, riproduzioni delle particelle subatomiche, ecc.).

 

Noi ci approcciamo ad esse come se fossero la realtà in tutto e per tutto e non vi fosse alcun processo di manipolazione per ottenerle. In realtà, perché nelle immagini scientifiche si riesca davvero a vedere qualcosa, occorre un enorme e complesso processo di mediazione umana, dato dalla creazione di macchinari tecnicamente molto sofisticati che registrino e modifichino quelle immagini in modo da renderle accessibili e soprattutto verosimili; nel caso poi di studi di fenomeni non visibili al microscopio, è solo l’immaginazione dello scienziato che ha dato un aspetto visivo a quei fenomeni (come gli anticorpi disegnati da Ehlrich), che solo successivamente hanno avuto una confutazione tecnico-matematica.

L’immagine elaborata dall’uomo è diventato il fondamento della teoria, e non la sua didascalia: questo ci dice molto su quanto il nostro accesso al reale sia sempre mediato dalle immagini, che ce lo rendono rappresentabile e, così facendo, “da mappe diventano schermi: anziché rappresentare il mondo, lo alterano, fino a che l’uomo si mette a vivere in funzione delle immagini da lui create”. (Flusser). Ecco il nodo in cui risiede l’errore di valutazione dei distruttori di immagini.

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