Il sangue amaro di Valerio Magrelli, edito nel 2014 da Einaudi, non è solo una raccolta di poesie: è un lavoro intenso sulla lingua, un riadattamento di certe icone, un folle coacervo di realtà contemporanea. Si snoda in 12 sezioni, diviso in due metà da 55 poesie ciascuna. Un’opera tanto strutturata, quanto varia: abbiamo dei poemetti, dei quadretti di realtà vissuta, sonetti, rime… un linguaggio vario e ipertrofico, in cui è riuscito a dare una nuova pittata alla nostra realtà.

Prendetela come una guida al 2000, da parte di un uomo, Valerio Magrelli, che della poesia ha fatto la sua vita. Può ben essere che, sì, il termine di paragone con altra poesia novecentesca possa restringere la forza: forse questo libro manca di prospettiva, ma la sua forza non sta tanto nel post rem, ma in re, nella cosa, nel corso del fiume, ci rende una biografia di una nazione che stagna in una saison d’enfer. Alcune sezioni sono dedicate alla politica, su tutte Policida, dove emergono la Thyssen e il precariato giovanile, tutto astratto in una vitalità aspra, ma ben costruita poeticamente. E proprio questo colpisce in questa breve opera: tratta tematiche a noi vicine, con un linguaggio nostro, senza straziare il corpo e lo spirito con le solite retoriche di una contemporaneità troppo affrancata da se stessa. Contemporaneità che spesso allontana col suo modo di fare poesia. E proprio per il suo impegno politico stimo molto Magrelli. Ad esempio, quando scrive:

L’igienista mentale:

divertimento alla maniera di Orlan

La Minetti platonica avanza sulla scena
composto di carbonio, rossetto, silicone.
Ne guardo il passo attonito, la sua foia, la lena,
io sublunare, arreso alla dominazione

di un astro irresistibile, centro di gravità
che mi attira, me vittima, come vittima arresa
alla straziante presa della cattività,
perché il tuo passo oscilla come l’ascia che pesa

fra le mani del boia prima della caduta,
ed io vorrei morirti, creatura artificiale,
fra le zanne, gli artigli, la tua pelle-valuta,
irreale invenzione di chirurgia, ideale

sogno di forma pura, angelico complesso
di sesso sesso sesso sesso sesso.

(V. Magrelli, Il Sangue Amaro, 2014, Einaudi)

In questa poesia anzitutto notiamo che è un sonetto inglese, il verso finale è un endecasillabo, vi è una rima alternata, ma, soprattutto, notiamo subito una forte denuncia sociale: il fatto che la Minetti compaia in una poesia stupisce, ma ancor più stupore genera la forza retorica con cui la declina per quel che è, creatura artificiale. E il poeta ne è vittima, arreso ad una cattività, identificabile nella realtà della televisione, del media di massa, un boia che accetta tutto ciò che è diverso dalla doxa idiotica in cui stiamo affogando. Il risultato è una sottomissione con la scusa dell’ideale, ma soprattutto utilizza con perizia il primitivo che abita tutti noi, ossia il sesso, ripetuto con forza nell’ultimo endecasillabo. Magrelli mostra come l’unione di primitivo e ideale, di basso e alto, è ormai cosa di ogni giorno. La Minetti è una bellezza grezza, primitiva nei gesti, ma comunque un ideale, un punto di arrivo, una vetta. Questo è il paradosso contemporaneo, ciò che è alto, ormai, coincide anche con ciò che è terribilmente basso e zotico.

Che un poeta si assuma il carico di parlare di tutto questo è importante oggi, soprattutto quando viviamo in una stagione di così grande incertezza: l’attività di denuncia sociale è quasi un dovere oggi per chi scrive poesia.

Per questo consiglio questo libro ironico, leggibilissimo (l’ho letto in due giorni appena) e forte. Ci sono tante poesie gustose che scherniscono a destra e manca certe figure che sappiamo, il che è assai stuzzicante se fatto in poesia.

Credits

A cura di Victor Attilio Campagna