Erbario per i giorni di pioggia”: così Cortázar definiva la sua poesia, e noi possiamo quasi immaginarcelo: a Parigi, quando l’acqua tesse ruscelletti dagli ombrelli nella città grigia, piove sul suo caffè mentre lui scrive della vita (invocata) aspra dopo l’amore perduto. A cent’anni dalla nascita di Julio Cortázar mi piacerebbe ricordarlo parlando di una sua raccolta poetica, Le ragioni della collera, da cui proviene Gli amanti, nel video qui sopra. La raccolta è particolarmente interessante, dal momento che tutte le traduzioni furono riviste dall’autore, anche per le immagini e i temi conduttori che qui trovano spazio. Forse siamo abituati a considerare Cortázar come l’intellettualistico e talora un po’ cerebrale autore di racconti e romanzi, d’altra parte come non pensare alla sua attitudine al gioco linguistico e attenzione al valore fonico della parola? Come non pensare al formidabile capitolo in gliglico de Il gioco del mondo, dove, come dice Rosalba Campra “sembra di poter scorgere l’assoluto del senso”?

Le poesie di questo volume mostrano una viva curiosità e presenza alle cose della vita, accompagnate da una costante attività ragionante sui grandi ideali: la società, Dio, l’amore. In particolare Cortázar sente forte il valore costrittivo dei legami sociali: le “caselle”, da cui lui, uomo universale, aspira ad uscire per rivelarsi col suo vero volto, scevro da maschere e convenzioni. Così Il bambino buono:

“Non saprò slacciarmi le scarpe e lasciare che la città mi morda i piedi,
non mi ubriacherò sotto i ponti, non commetterò errori di stile.
Accetto questo destino di camicie stirate,
arrivo in tempo al cinema, cedo il mio posto alle signore.
Il lungo sregolamento dei sensi mi sta male, opto
per il dentifricio e gli asciugamani. Mi vaccino.
Guarda che povero amante, incapace di mettersi in una fontana
per portarti un pesciolino rosso
sotto la rabbia di gendarmi e bambinaie.”

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Sono proprio gli amanti per il poeta infatti a scardinare l’intero sistema: l’amore, per sua natura segreto e sovversivo, scardina ogni convenzione: “Si disordina tutto attraverso gli amanti/tutto trova la sua cifra giocata”. Spesso l’amore è poi nelle forme della nostalgia, per la donna perduta come per la patria lontana, entrambe chiuse in un catulliano gioco di adorazione e repulsione: “Ti amo, paese, fazzoletto sudicio, con le tue strade/sepolte da manifesti peronisti, ti amo/ senza speranza e senza perdono, senza ritorno e senza diritto,/nient’altro che da lontano e amareggiato e di notte.” (da La patria).
Il tutto però non rimane mai a livello ideologico: le sue poesie sono tessute di una metaforicità concreta, legata agli oggetti quotidiani, specie quelli di uso più comune, che si fanno spesso strumenti di una proustiana rivivescenza(“Chacun ses madeleines, chacun ses Albertines“): “Se devo vivere senza di te, che sia duro e cruento,/la minestra fredda, le scarpe rotte” (da Se devo vivere ) oppure “E’ facile applaudire la nuova commedia;/solamente che tu in ogni cucchiaino ti affacci,/solamente che tu mi duoli la testa,/solamente che tu mi stringi la cintura fino all’ultimo buco,/solamente, amore mio.” (da Cura per gli spaventi ).

Samuela Serri