Omero, il primo poeta della storia occidentale, era secondo la tradizione cieco. Questa cecità era in realtà una metafora di una visione oltre il mondo degli umani, con una trasposizione esplicitata più volte verso il divino. Non è un caso che anche molti indovini erano ciechi secondo il mito (Tiresia su tutti). Questo handicap quindi era visto come un premio da parte degli dei, nella misura in cui chi non vedeva aveva la possibilità di Vedere la realtà sotto un punto di vista
più alto, ovvero divino.

Eppure la cecità è un handicap. Ovviamente questa disabilità si colloca all’interno di una serie di mitologie e simbologie ben evidenti, che hanno ben poco a spartire con la realtà. Ci sono comunque dei poeti che sono stati enormi per grandezza e incisività e che erano vittime di disabilità visive, Borges su tutti. Il grande scrittore e poeta argentino, infatti, divenne cieco in vecchiaia, ma questo non scalfì il suo amore per la letteratura, tant’è che pagava un ragazzo perché gli leggesse i testi che costituivano la sua ricca e infinita biblioteca. Ezra Pound poi soffrì di una malattia agli occhi dopo essere stato imprigionato in una gabbia all’aperto, in un campo di prigionia americano: subì un tracollo mentale e fisico. E fu proprio allora che scrisse forse la parte più grande dei suoi Cantos, ossia i Canti Pisani. Questi ovviamente sono dei casi particolari. Potremmo anche parlare di Cappello, poeta contemporaneo finito in sedia a rotelle per un incidente, ma il punto della discussione su un tema del genere non può essere la quantificazione dei poeti disabili: piuttosto va intrapresa un’interpretazione del male in poesia, del male fisico, quello che ti porta a ricordarti di avere un corpo. Ora, la più parte dei poeti sono finiti da malati in cliniche psichiatriche, pochi hanno avuto disabilità che non fossero mentali. Resta che la maggior parte della poesia contemporanea e non si fonda sul male: dalla bile di Baudelaire, fino agli Ossi di seppia è sempre incorso nel verso la ricerca del lenimento di un male interiore, che scalfisce grado a grado la personalità e che può anche essere estremamente fisico. Molti parlano di poesia d’autoanalisi. Io preferisco parlare di poesia capace di parlare degli anfratti più segreti e inesplorati dell’umano. Borges e Pound, nel loro handicap, hanno comunque continuato a sentire l’esigenza dello scrivere e del leggere, ed è proprio nella loro grandezza che questo male ha avuto una giustificazione, ossia una spiegazione. Grazie a questa convivenza tra universalità del dolore (perché nel male siamo tutti uguali, abbiamo tutti lo stesso sguardo di terrore) e del verso si riesce a trovare un manuale esistenziale per curarne gli aspetti più drammatici.

La grandezza del poeta sta proprio nel saper come reagire ad un dolore che è molto più che fisico: è un male che sta dentro, nel mistero del nostro corpo, ma soprattutto della nostra mente.

Per concludere e esplicitare meglio vorrei farvi leggere dei versi tratti da Tutte le poesie (1949-2004) di Giovanni Raboni (ed. Einaudi, 2014), penso che siano più che sufficienti per intendere al meglio questa tendenza della poesia ad esplorare la ferita dell’essere, che ci accompagna da sempre.

Ah no, non a un filo soltanto
era attaccata la mia vita
ma al buffo intrico ch’era vanto
dell’infermiera vietnamita

e goccia dopo goccia intanto
che pareggiava la partita
del molto sangue dentro sparso
per delega della ferita

di tagli e punta a un altro male
così silenzioso che anch’io
fui quasi per crederlo un bene

versava in più nelle mie vene
il cocktail di plasma e d’oblio
d’una triaca trionfale.

Credits: foto di copertina