Guance paffute, occhi chiari, naso a patata, visetto d’angelo, taglio di capelli da bravo ragazzo: capelli lunghi e fila di lato, com’era di moda tra le famiglie borghesi dell’epoca, di cui faceva parte. Così si presenta Giuseppe Valerio Fioravanti sul set che ospita la sua prima apparizione televisiva in “Boccaccio ’70”. Un bambino all’epoca. Qualche anno dopo sarà conosciuto tristemente con il nome di Giusva; fonderà assieme alla compagna, Francesca Mambro, l’organizzazione terroristica di lotta armata che prenderà il nome di NAR, dando il via ad una stagione di strazi e violenze che avrà termine solo con il suo arresto nel 1981.

A 14 anni comincia a militare nel Movimento Sociale Italiano. Come dirà egli stesso, inizialmente non fu spinto da una particolare passione politica, quanto da una condizione famigliare favorevole: “un’eredità” lasciatagli dal fratello minore, Cristiano, che prima di lui s’impegnò in politica.
Vari episodi di quegli anni svilupparono in Giusva un atteggiamento di ritorsione, un senso di ingiustizia che lo spinsero a fare politica: le continue violenze verso il fratello, la macchina della madre bruciata durante la notte…
Ricordiamo che quelli erano glianni di piombo in Italia, anni in cui destra e sinistra extraparlamentari scendevano in piazza per combattersi a colpi di minacce, atti vandalici e 38 special…

E’ proprio per il possesso di una calibro 38 special non denunciata, che Giusva finisce in carcere per quaranta giorni. è il 1977.
In quello stesso anno fonda i NAR, assieme al fratello ed a Franco Anselmi e Alessandro Alibrandi, questi ultimi conosciuti nel MSI.
Le prime azioni del gruppo sono atti vandalici: furti, rapine, attacchi alle sedi giornalistiche a colpi di Molotov – forse nemmeno con l’intento di uccidere, quanto di intimidire, avvertire. Poi, la deriva.

Valerio_Fioravanti

Fioravanti viene incaricato da un altro gruppo neofascista, chiamato la Terza Posizione, di uccidere l’avvocato Giorgio Arcangeli, ritenuto responsabile della cattura del leader neofascista Pierluigi Concutelli. Fioravanti non ha mai visto la vittima: ne ha solo una descrizione sommaria ed imprecisa. Sarà così che sbaglierà persona: lo scambia per un altro e così a morire fu il giovane Antonio Leandri, un impiegato che di quella storia non sapeva proprio nulla.

E ancora, nel 1980, è il turno del poliziotto diciannovenne Maurizio Asnesano. Lo assalirono per disarmarlo ed impossessarsi del suo mitra, ma partì un colpo.

Se fosse uno sketch televisivo sarebbe quasi comico: violenza gratuita, ingiustificata, inutile; scambi di personalità, piani che non vanno come dovrebbero… eppure è l’Italia degli anni ’70.

La storia va avanti fino a quando, il 15 febbraio del 1981, Fioravanti verrà catturato assieme ai suoi, ponendo fine ai NAR.

Fioravanti verrà accusato anche per la strage di Bologna e verrà condannato, complessivamente, a 8 ergastoli, 134 anni e 8 mesi di reclusione. Confesserà ogni crimine, dichiarandosi pentito, ma negherà sempre di essersi macchiato del sangue versato durante quella strage: “Ho fatto di tutto, ma non stragi”, dirà, ed in effetti risulterebbe difficile non credere ad un uomo che ormai non ha nulla da perdere, condannato già ad 8 ergastoli.

Ora, dopo 26 anni scontati dietro le sbarre, è un uomo libero. Si dichiara pentito per quello che ha fatto e vorrebbe incontrare le famiglie delle vittime che ha ucciso. L’accompagna la moglie, che si è assunta la responsabilità morale di tutte le 33 vittime, pur non avendo mai partecipato direttamente agli eccidi.
Ha incontrato già 5 famiglie, è riuscito ad avere un dialogo con loro e le definisce delle “persone stupende e garbate”.

Il punto ora è questo: si può perdonare? Dopo 26 anni puoi conversare con l’uccisore di tuo figlio, magari servendogli cordialmente un thè?
Dove finisce la carità e dove inizia il dolore umano, dolore incolmabile, di una perdita prematura e insensata?