Cosa ne pensa del movimento di liberazione della donna?” – “Quando decideranno di andare a lavare le automobili, di mettersi dietro l’aratro, di inseguire i due tizi che hanno appena assaltato la bottiglieria, di pulire le fogne oppure di farsi sparare alle tette nell’esercito, io me ne starò volentieri a casa, a lavare i piatti e a togliere la lana dai tappeti fino alla noia.” Così l’anticonformista poeta e scrittore statunitense, Charles Bukowski, nel suo romanzo Musica per organi caldi, fa parlare uno dei suoi personaggi.

Questa è di certo un’affermazione che ci da la possibilità di riflettere; ci permette, innanzitutto, di renderci conto e valutare quanto fosse elevato il grado di maschilismo nell’autore, ma non solo, infatti essendo ogni autore specchio della sua epoca, rivela perfettamente come il ruolo della donna fosse ancora ferocemente subordinato a quello dell’uomo, nella società a lui contemporanea. Una società in cui non vi erano pari opportunità, in cui la fragilità della donna era sinonimo di debolezza, in cui la libertà era diritto solo dell’uomo e in cui i pregiudizi di forma impedivano alle donne di anche solo conoscere parole quali ambizione, autorealizzazione, indipendenza economica, carriera e soddisfazione personale.

Alle donne non era permesso di lavorare, spesso non era loro consentito di partecipare a conversazioni “da uomini” perché ritenute incompetenti, la politica era considerata per loro parola tabù, così come lo sport, non adatto a dei fisici così esili, e l’istruzione, non adatta invece a cervelli così poco sviluppati.

Per non parlare poi dei fenomeni di violenza che erano costrette a subire, non potendo che tacitamente acconsentire. Violenza nelle case da parte dei propri mariti che, ubriachi e non, non avevano rispetto della loro persona né del loro corpo, considerato solo come oggetto del proprio piacere.

L’unica cosa a loro concessa era il lavoro all’interno delle mura domestiche: piatti, tappeti, bucati, arrosti e bambini, solo su questo avevano potere decisionale.

Un’altra considerazione, però, che nasce spontanea dalla citazione del personaggio di Bukowski è il fatto che alle donne, non solo non si davano le opportunità per realizzare la propria vita, per scegliere il lavoro da svolgere, il marito da sposare, le decisioni da prendere,  ma in più venivano  anche criticate e sminuite nel ruolo di donne di casa in cui erano subordinate, non riconoscendo loro le fatiche e le innumerevoli preoccupazioni che anche la gestione della casa produce.  Dunque non le si offrivano le possibilità per realizzarsi, ma, allo stesso tempo, le si umiliava in quanto esseri capaci solo a far da mangiare, che dovevano quindi essere necessariamente riconoscenti verso colui che le garantiva un determinato tenore di vita.

Però, ciò che più mi fa riflettere, di questa frase di Bukowski, è il fatto che decontestualizzandola e quindi privandola del contesto storico dell’epoca in cui è stata pronunciata, non mi lascerebbe troppo sorpresa, se uscisse dalla bocca di qualche nostro illustre politico o di qualche rinomato commentatore televisivo. Questo perché, mai più di prima, dopo anni di battaglie, di riforme e di grandi risultati, che hanno riconosciuto alla donna gli stessi diritti dell’uomo, il maschilismo sta tornando a dilagare, come germe che mina la nostra società dall’interno, che si diffonde e che comincia ad essere accettato dalle donne stesse.

Sempre più spesso mi capita di sentire frasi del tipo “chi ce l’ha fatto fare di andare a lavorare, si stava così bene a casa”; oppure leggere sui giornali di donne che ancora non riescono a denunciare il marito che le riempie di botte; o incontrare ragazze che ritengono che basti aumentare la scollatura della propria camicetta per ottenere il posto di lavoro desiderato o accorciare sempre di più l’orlo della gonna per vivere una vita di confort e agi.

Dobbiamo quindi essere noi donne le prime a non permettere che questa epidemia di maschilismo torni a mietere nuove vittime, ricordandoci sempre chi si è battuto per la nostra indipendenza, chi ci ha permesso di essere padrone delle nostre vite e chi ci ha dato anche la possibilità di sperare, magari un giorno, in un nuovo presidente degli Stati Uniti con i tacchi a spillo.

Dobbiamo essere quindi sempre pronte a farci sparare alle tette, non tanto nell’esercito, ma nella vita di tutti i giorni, per difendere ciò che generazioni di donne prima di noi hanno conquistato.

di Benedetta Maffioli