Per inaugurare questa rubrica, vorrei consigliare la lettura di un grande romanzo in piccolo formato. Per la precisione 117 pagine nell’edizione Super ET di Einaudi.
Il libro in questione è “L’umiliazione” di Philip Roth, pluripremiato autore, vincitore del premio Pulitzer per “Pastorale Americana” nel 1997.
Il romanzo è strutturato in “macrocapitoli” e tratta della travagliata vecchiaia di un attore teatrale, Simon Axler, il quale di punto in bianco perde ogni capacità di recitare. Nessuno dei ruoli da lui interpretati riesce più ad avere quella verve che l’ha reso tanto famoso quanto attraente in giovinezza. Sarà una passione conturbante ed insana con una figura femminile a dir poco enigmatica, a ridestare nel suo animo annichilito la speranza di poter tornare a brillare come nei tempi che furono. La narrazione si articola in pensieri ed atti, desideri e trasgressioni supposte o attuate di un uomo alla deriva.
Già dallo spaccato che il retrocopertina può offrire, diventa lampante che si sta per intraprendere uno sentiero particolare: l’apparenza è piana e concisa, un lastricato di parole perfettamente allineato. Addentrandosi tuttavia attraverso le pagine, la curiosità diventa pressante e si mescola ad un lieve senso di fastidio, orchestrando un climax perfetto.
Roth, con stilettate linguistiche precise ed eleganti, è capace di far luce sulla miseria di un uomo ormai vecchio, perduto in una passione ai limiti del masochismo. Questo avvicendarsi di eventi e, prevalentemente, di riflessioni, ferisce il lettore ad ogni pagina, senza pietà.
Le figure hanno un carattere ben preciso e magistralmente gestito nel proseguire della narrazione, la quale è cruda e lineare. L’autore è capace di far comprendere in modo quasi completo la psiche del protagonista e della sua cosiddetta controparte femminile senza soffermarsi in lunghe descrizioni, forse poco appropriate alla tipologia di scritto.
La prosa di Roth è sardonica e sferzante, quasi severa. Tratta con precisione logico – sistematica le realtà dell’animo umano. La sessualità ed i giochi da boudoir, poi, assumono tinte fosche assolutamente prive di perversione: l’immedesimazione del lettore è tale che questi si ritrova a strabuzzare gli occhi, come farebbe un anziano davanti a racconti spinti di gagliardi ventenni. Ci si sente quasi violati, sperduti.
Il finale, forse, avrebbe potuto riserbare più sorprese. È una conclusione inequivocabile di una dolente allucinazione, ricca di pathos nella sua scarna ricchezza.
In sunto, questo romanzo è da leggersi, non tanto, forse, per la trama in sé, ma per gli sviluppi, le riflessioni e, soprattutto, per lo stile con cui è scritto: ha i suoi dolci declivi e le sue asperità, il tutto intriso di uno humor nero impareggiabile.
Con questo scritto Roth aggiunge un altro tassello alle opere dei suoi ultimi anni, donando allo sguardo un mosaico di magnifica fattura.
In conclusione, se dovessi assegnare un singolo aggettivo a questo libro, lo definirei sincero.

A cura di Eleonora Casale

 

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