La Traviata è un’opera lirica in tre atti, scritta da Giuseppe Verdi, che narra le disavventure di Violetta Valéry. Rappresentata per la prima volta a Venezia il 6 marzo 1853, questo capolavoro verdiano non ebbe molto successo a causa dello scarso livello dell’interpreti. Sarà poi l’anno successivo che, con qualche modifica e dei cantanti migliori, l’opera venne finalmente apprezzata. La trama è tratta da “La dame aux camélias” un romanzo di Alexandre Dumas figlio, a sua volta ispirato dalla rocambolesca vita di Marie Duplessis, una famosa cortigiana del tempo che fu amante di Alexandre tra il 1844 e il 1845 e che morì di tubercolosi a soli 23 anni. Il romanzo venne pubblicato un anno dopo la scomparsa della giovane donna e proprio sulla scia di questo, sulla sua tomba, venne posto uno scrigno contenente delle camelie. Seppur Marie visse nella prima metà dell’ottocento l’opera è ambientata nel XVIII secolo. Verdi tentò, con questo stratagemma, di nascondere la critica alla società resa evidente dallo stile, tipicamente ottocentesco, dell’opera. Completamente scritta in tre quarti, a parte le arie del padre, Verdi trasmette la frivolezza tragica della borghesia a tempo di valzer. I tre quarti vengono poi scissi in nove ottavi, così da risultare irriconoscibile il valzer stesso, in arie come “Dei miei bollenti spiriti” dove il compositore vuole porre l’accento sulla veridicità e la profondità dell’amore. È con questo magistrale trucco che Verdi rende il contrasto tra ipocrisia, frivolezza e vero amore.

La scena si apre con una festa, a casa di Violetta, e un valzer: “Libiamo, ne’ i lieti calici”. È proprio in quest’occasione che i due protagonisti s’incontrano e Alfredo, immediatamente invaghito da Violetta, si dichiara. Nell’ultima parte del primo atto, Violetta, seppur molto combattuta, decide di concedersi all’amante. È molto interessante la scelta linguistica di Francesco Maria Piave. Infatti, nell’ultima parte del soliloquio, Violetta canta: “sempre libera degg’io folleggiare di gioia in gioia”. Attraverso la scelta del verbo “dovere” viene sottolineato come per la giovane feste e lussi non sono la felicità: una vita di apparente divertimento nasconde in realtà una prigione.

Il secondo atto è ambientato nella tenuta di campagna di Alfredo. Qui Verdi pone l’accento sulla verità dell’amore con l’aria “Dei miei bollenti spiriti”. Durante questa seconda parte entra in scena il terzo personaggio chiave della vicenda: il padre di Alfredo. Per il quale il valzer non è più adatto. Egli rappresenta un’altra generazione e come tale Verdi utilizza una musicalità più classica, scandita da un solenne due quarti. Germont giunge per convincere Violetta ad abbandonare Alfredo in nome della reputazione della famiglia, in particolare della sorella di Alfredo, nell’aria “Pura siccome un angelo”. Violetta decide quindi di abbandonare Alfredo e tornare a Parigi. Prima di farlo però, mentre gli sta scrivendo una lettera di addio, lui torna a casa. In questo frangente si esplicita il dialogo forse più famoso dell’opera che termina con il celeberrimo “Amami Alfredo, amami quant’io t’amo. Addio”. La scena cambia, il sipario si apre a casa di Flora, amica di Violetta. Vi è una festa in cui sia Alfredo che Violetta saranno presenti. Lei accompagnata dal nuovo protettore. Lui folle di gelosia le getta a terra denaro per pagare i suoi servigi, rendendosi così alla pari degli altri. Subentra quindi Germont a difendere l’onore di Violettta rimproverando il figlio. I due amanti si lasciano definitivamente, lui carico di rabbia e lei umiliata.

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Il terzo atto è ambientato un po’ di tempo dopo. Violetta ormai piegata dalla tisi sta morendo. Alfredo viene a sapere dal padre, pentito, del suo gesto d’amore e si reca da lei per ottenerne il perdono. Al suo arrivo sembra che Violetta stia meglio, ma poi la morte la reclama. Prima di abbandonarsi per sempre al suo ingrato destino Violetta raccomanda Alfredo di innamorarsi e rifarsi una vita in una commuovente aria: “Prendi: quest’è l’immagine/De’ miei passati giorni/A rammentar ti torni/Colei che sì t’amò./Se una pudica vergine/Degli anni suoi nel fiore/A te donasse il core/Sposa ti sia lo vo’./Le porgi questa effigie:/Dille che dono ell’è/Di chi nel ciel tra gli angeli/Prega per lei, per te”.
La morte di Violetta è il sacrificio necessario dal quale nasce un nuovo modello di società. La sventurata porta con sé nella tomba tutte le peggiori convenzioni della società borghese. Nell’opera nessun personaggio è condannato. Questo rende ancora più evidente la critica di una società volta a difendere i suoi privilegi convinta che sentimenti ed esseri umani possano essere comprati.

Non si può non citare, parlando di Traviata, Maria Callas. La cantante la eseguì per la prima volta nel 1951, successivamente divenne uno dei suoi cavalli di battaglia. La grande dote della Callas era la sua capacità di trasformarsi nel personaggio che interpretava e non semplicemente recitare. Non a caso il celebre regista Luchino Visconti, che l’aveva guidata in ben cinque opere diverse, affermerà: “Tutte le Traviate che verranno, tra poco, non subito (perché la presunzione umana è un difetto difficilmente eliminabile) avranno un po’ della Traviata di Maria, un po’, in principio, poi molto, poi tutto. Le Violette future saranno Violette-Maria. È fatale, in arte, quando qualcuno insegna qualcosa agli altri, alle altre. Maria ha insegnato”.
Fermo restando che la Traviata della Callas rimane storicamente la più importante, sono state messe in scena successivamente altre versioni. In particolare nel 2005 la cantante Anna Netrebko si è cimentata nella parte. Molto moderna e interessante è l’interpretazione del regista Willy Decker: all’apertura del sipario presenta allo spettatore un palcoscenico bianco, un orologio enorme simbolo del poco tempo che le rimane e una Violetta di rosso vestita. Durante l’overture una figura la osserva dall’alto. Nel terzo atto l’inquietante presenza si rivela come il medico. Simbolo, quindi, della malattia e della morte che incombe. Molto azzeccata è la scena della festa nella quale l’ansia di Alfredo viene rappresentata da un coro mascherato da Violetta, capeggiato dal nuovo amante di lei, vestito con l’abito rosso che la cortigiana indossa nel primo atto. Il coro lo insegue, senza dargli tregua, trasmettendo allo spettatore la sua angoscia.

Un finale accenno va posto sulla Traviata milanese di quest’anno con cui la Scala ha aperto la stagione. Tralasciando il grossolano errore d’ingresso nel secondo atto, questa Traviata ha ricevuto pareri discordanti. Il regista Dmitri Tcherniakov ha deciso di concentrarsi, anzichè sull’amore di Alfredo e Violetta, sulla solitudine di lei. Nel terzo atto non è infatti la tisi ad ucciderla, ma la depressione. Muore sola, su una sedia, abbandonata da tutti, compreso Alfredo che le volta le spalle. Il regista ha, inoltre, scelto di rendere più attuale l’ambientazione: il palco della scala è stato riempito da improbabili costumi, da un Alfredo che fa la pasta della pizza e una Violetta in abiti casalinghi. Ultimo dettaglio interessante è sicuramente l’innovazione del soliloquoi del primo atto, da Verdi pensato come ad un momento di crisi e turbamento di Violetta, combattuta tra l’amore di Alfredo e le convenzioni del suo mondo, e reso da Tcherniakov come una conversazione tra due donne vissute, Violetta e Annina, la sua cameriera, che discutono di amore tra sigari e superalcolici.

Di Elisa Celeste Toffoli