Lo stile di Erri De Luca è difficilmente giudicabile: certo è appassionante, sospeso tra una dimensione lirico-onirica e una narrazione che prosegue lentamente descrittiva ma alla lunga può stancare (e non è forse un caso che i suoi romanzi superino raramente le cento pagine). Comunque sia, c’è da dirlo, la storia degli Ebrei al Sinai è argomento che si presta molto bene a questa oscillazione: E disse (Feltrinelli, 2010) è un libro ben riuscito, coinvolgente, appagante.

Potrebbe sembrare banale la metafora della scalata per indicare l’avvicinamento alla divinità, «il bordo di confine tra il finito e l’immenso», ma per quanto riguarda Mosè – primo scalatore della storia – l’ascesa al Sinai è innalzamento del predestinato al di sopra del gregge, è l’emergere del protagonista sui personaggi minori.

Il nome di Mosè non è mai pronunciato, forse nel segno di una collettività che necessariamente va innalzata, forse perché De Luca non vuole traviare il lettore verso una religiosità troppo prorompente e pervasiva; certo è che il protagonista risulta un perfetto eroe da romanzo d’azione e lo stile a cui ci siamo riferiti all’inizio partecipa alla creazione di un lirismo teso e catartico, pienamente in accordo con la materia trattata. La scalata di Mosè, dunque, è isolamento dal resto dell’umanità, avvicinamento a Dio di un prescelto, ma per il protagonista l’approdo alla vetta «non è traguardo», piuttosto «sbarramento». È il séparée dietro al quale la divinità parla all’uomo, la soglia invalicabile tra la concretezza corporea e il trascendente. Al lettore è lasciato di figurarsi l’uomo sulla vetta, con le braccia alzate, che dialoga con Dio. Lì sopra, sulla cima, il timore di Dio è «la vertigine, che in lui non era il risucchio del vuoto verso il basso, ma affacciarsi sul vuoto dell’insù». In questo contatto con il divino, il tempo umano può sospendersi al punto che, «sbucato da una nuvola vedeva il mondo com’era stato prima, senza specie umana, tra il giorno primo e il quinto», come a dire che la rivelazione si può avere fin anche ad annullare la propria umanità nel segno del divino, ma solo per se stessi. In realtà per Mosè la situazione è diversa: egli è destinato a liberare il suo popolo dalla schiavitù, «dalla cima tornava con la lettera in bocca dell’inizio, la bi di bereshìt, in principio, che balbettava allegro».

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Michelangelo, Mosé, 1513-15, Basilica di San Pietro in Vincoli, Roma

Egli è un esploratore che cerca e traccia piste nuove, non un solitario che s’innalza a confronto con Dio. Nel suo ascendere egli diventa tramite e bussola verso il futuro. La sua curiositas è ricerca di verità a partire dalle domande che non tutti gli uomini possono farsi. Per questo il monito del fratello («Non è bene per un uomo essere per se stesso perché fa atto di comparazione con la divinità, che sta da sola») sembra porsi su un piano parallelo rispetto al suo, totalmente umano, mentre la ricerca di Mosè è un atto trasversale (anche fisicamente), di collegamento tra terra e cielo. Il fratello è pienamente immerso nella dimensione umana collettiva, dove il credo in una sola divinità «non è atto di fede ma di condivisione della sua solitudine», in questo senso «un uomo che esiste per se stesso si compara alla divinità». Ma Mosè, pur essendo diverso, in qualche modo prescelto, è uomo: si interroga sulle parole del fratello, si chiede se il suo atto non sia superbia, salvo alla fine rispondere: «Lassù non paragono terra e cielo, ci sto invece in mezzo, sul confine».

Nel breve racconto di De Luca viene trattata anche la questione dei generi. Il Tu che appare sulla roccia è al maschile, ma le donne non se la prendono: «un incombenza in meno». Notevole come in poche pagine venga ripercorsa la storia del peccato originale, però in una rilettura illuministica, dove «l’irruzione della conoscenza […] non è mai un torto. È un torto l’ignoranza». I provvedimenti presi dalla divinità (l’uomo obbligato a lavorare la terra per nutrirsi; la donna costretta a sforzi e fatiche per partorire) non sono punizioni, bensì conseguenze, e lo dimostra, secondo De Luca, il fatto che Dio abbia provveduto al vestiario, «il gesto più affettuoso e premuroso», una volta che gli uomini si accorsero di essere nudi.

Masaccio, Cacciata dal Paradiso terrestre, 1424-25, Cappella Brancacci (Chiesa di Santa Maria del Carmine, Firenze)
Masaccio, Cacciata dal Paradiso terrestre, 1424-25, Cappella Brancacci (Chiesa di Santa Maria del Carmine, Firenze)

Ma il racconto si incentra su una dimensione molto più umana e letteraria delle Sacre Scritture: la donna è elogiata perché portata a simbolo del desiderio e della bellezza umana. Nonostante la condizione di schiavitù, il popolo ebreo era legato alla terra che aveva lavorato per così lungo tempo, serve dunque un incentivo forte per spingere gli ebrei alla fuga. La Terra Promessa è descritta come “Terra che ha mestruo di latte e di miele”: è una sferzata rianimatrice all’orgoglio femminile. E più avanti il sentimento diventa il più puro degli amori: «Gran terra doveva essere questa promessa, pensavano gli uomini, guardando le loro donne con nuova ammirazione».

L’ultimo capitolo è una clausola metanarrativa. Sembra quasi che De Luca recuperi la solitudine di Mosè sulla cima di quel monte, tra terra e cielo, in se stesso. La voce narrante pare sospesa nel nulla, ma la narrazione viene riportata allo scorrere del tempo, fino ad arrivare alle deportazioni naziste. L’autore dice di condividere il viaggio di questo popolo, non la meta; lo fa ponendosi sullo stesso piano dei personaggi, ma restando fuori dall’accampamento (quasi fosse un Dio creatore incarnato in uomo che non vuole essere riconosciuto). Gher è la parola che utilizza, quasi a prendere le distanze da ciò che si appresta a concludere. Ma quanto un autore può dirsi «straniero» ai personaggi e alle vicende che ha narrato? Quanto le sue parole possono dirsi propriamente sue? Fino a che punto si può condividere un viaggio senza puntare alla stessa meta?

«Smetterò prima di una terra promessa. Bello però il verbo che va insieme alla promessa, mantenere, che è un tenere per mano. Le mie sono occupate da quaderno a penna». Dopotutto la scrittura è creazione e De Luca capisce bene come non possa fermarsi a guardare a una sola meta. Ogni esperienza incontrata è una «pista carovaniera» che conduce in qualche posto: mai è definitivo l’approdo. «La scrittura ebraica» ci dice De Luca «finisce con: “vaiàal”, e salì. Io invece scendo qui», ma non è una fermata definitiva quella che sottende alle sue parole, è semplicemente la consapevolezza che esista una moltitudine di strade in cui ciascuno traccia il proprio percorso. Persino Dio, forse, non si è fermato alla terra: qualcuno ancora sente lo sferruzzare degli arnesi nel suo laboratorio.

 Crediti immagine: (immagine di copertina) edizioni paoline, (immagine 1) wikipedia, (immagine 2) wikipedia