di Federica Tosadori

 È stato difficile essere me stesso per tutta la vita. Da bambino non me rendevo conto, ma ora, con i miei ottant’anni sulla pelle, lo so. Ogni cosa è solamente un passaggio tra questi due momenti: infanzia e vecchiaia. Tutto il tempo che ci corre in mezzo serve solo a superare i traumi della prima esistenza e a prepararsi alla consapevolezza che non se ne troverà mai il senso, una volta raggiunta la soglia dell’anzianità. Ora lo so. Saperlo può voler dire aver trovato una parvenza di motivo a tutto quello che mi è successo? Non credo. È stato difficile essere me stesso.

Mi chiedo in questi giorni, più spesso che una volta, se lei mi abbia mai amato. Ricordo i suoi capelli rossi e il suo naso grosso che le dava tanto fastidio. Lo ricordo ora come se non fosse mai cambiata, come se oggi quel bianco sui suoi capelli non fosse che il riflesso del sole. Invece non è così. I suoi capelli oggi sono bianchi e basta, e lei è semplicemente un’altra persona e non più quella bambina imbronciata che non mi voleva nel suo cortile. C’è stato un giorno, esattamente il giorno dopo del nostro matrimonio semplice, in cui lei mi ha guardato e io ho sentito tutto l’universo dentro di me cristallizzarsi. Ho inglobato ogni cosa, le lacrime che aveva pianto lei, le voglie che avevo avuto io, ogni cosa passata e ogni cosa che sarebbe accaduta tra noi, sono diventate un tutt’uno nello spazio tra i nostri sguardi. Mi sono illuso in quel secondo eterno che sarebbe sempre stato così, e se non sempre, che almeno ogni tanto, alla fine di qualche difficile giornata, di qualche anno di lavoro folle, si sarebbe ripetuto un momento così, in cui tutto si sarebbe riposato in quella presenza, io in lei, lei in me.

Ho rivisto più in là nel tempo, quegli occhi marroni scurissimi, così scuri da rendere impossibile la fuoriuscita di segreti, dentro a quelli dei nostri figli. Il bisogno inesauribile e mai appagato di essere amato, profondamente mio, lo ritrovai nella loro ricerca spasmodica di tenerezze che non hanno mai ricevuto. Lei era troppo occupata a odiarmi perché non capivo la sua sofferenza di moglie insoddisfatta, io ero troppo impegnato nel tentare di dimostrare amore a tutti loro. Mi sono sempre rassegnato alla tranquilla consapevolezza che in fondo fosse solo un estenuante tentativo mai riuscito. Poi ho visto tutto quell’amore trattenuto per anni e forse per secoli, all’interno delle famiglie numerose e silenziose in cui io e mia moglie siamo cresciuti, riversato nei sorrisi dei miei nipoti. Un’esplosione di foto a colori, natali, compleanni, carezze invisibili.

Anche molto tempo dopo che me n’ero andato di casa ed ero ritornato alla mia terra, quasi sereno in quella fuga dai miei fallimenti, credendo che più nessuno sarebbe venuto a rincorrermi, tutti invece si sono ripresentati alla mia porta. I miei figli con i loro figli e per ultima, anche lei, il mio più grande rimorso e rimpianto: mia moglie; il motivo per cui ero scappato; la via attraverso la quale ora potevo essere amato da bambini inconsapevoli che non mi appartenevano direttamente; la ragione per cui avevo tentato di migliorare il mondo. In silenzio, lentamente, è rientrata dentro di me, io che non potevo più entrare in lei, e così, in questo gioco di incastri non funzionanti e non funzionali siamo arrivati a ottant’anni, insieme e non insieme.

Stamattina, quando mi sono svegliato presto ho sentito la necessità di bagnarmi con l’umidità dell’aria del primo mattino. L’ossigeno chiamava il mio nome e tutti i nomi che ho avuto nella vita: bambino, ragazzo, uomo, marito, padre, nonno. È stata un’escalation di ruoli concatenati. Bambino ma già ragazzo, ragazzo che significava uomo, e uomo era già marito e padre prima dei venticinque anni. Nonno invece è tutto quello che sono stato prima e anche niente di tutto ciò. Nonno è essere amato indirettamente, nonostante gli sbagli della vita, da altri esseri che discendono da te, senza che ti conoscano davvero. Avere dei nipoti equivale a vedere nel mondo una continuazione estrema della propria vita, un’energia che si rinnova continuamente.

Nell’aria del mattino ho respirato gli odori degli animali, anche loro componenti fondamentali della mia vita. Me ne sono nutrito ma li ho anche amati, loro che senza chiedere, chiedevano cibo: colombi, polli, conigli, mucche. Tutti i gatti che ho avuto, come questa, che miagolando si struscia sulle mie scarpe vecchie. Una volta non era così affettuosa: forse sta sentendo anche lei, che la mia fuga stavolta non è più intima speranza di essere seguito e ritrovato. Piango: ora che vivo da solo posso permettermelo. C’è un uccello che canta sbattendo il becco, sul ramo del Melograno. Seguo il suo rumore strano ed entro nell’orto. È tutto grigio intorno, perfino il verde delle foglie è grigio. I pomodori non ancora maturi e le zucchine che stanno spuntando. Solo che il grigio che c’è qui, nella mia terra, non è come il grigio che c’era in città, appiccicato sui muri della fabbrica. Questo grigio è pulito e delicato, non ingombrante e sporco. Sono felice qua. Sono felice anche se me ne sto andando, sono felice nonostante la tristezza che profondamente ho coltivato dentro di me senza avere mai avuto la possibilità di sfogarla. So che l’ho piantata insieme agli innumerevoli semi nel mio orto, e ne sono nati alberi contorti ma limpidi, perché terra, sole e pioggia hanno potuto depurarli dal dolore. È a questo che servono: a generare bellezza da quello che fa paura, da ciò che è brutto. Sono grato alla mia terra per questo, perché mi ha dimostrato che c’è sempre una soluzione, che c’è sempre la possibilità di un inizio, anche alla fine.

Non ho mai creduto in Dio, ma oggi, in questo mio orto, se dovessi dargli un nome, lo chiamerei Metamorfosi. Dio è ogni cambiamento nella natura, dalla crisalide alla farfalla, dal seme al frutto. Da bambino a nonno. Da morto a vivo, ancora e ancora, nella rinascita perenne dei fiori. Io se dovessi rinascere so che vorrei rinascere insetto, uno di quegli insetti grossi e rotondi che fanno urlare i miei nipoti quando si avvicinano troppo, ronzando. Non vorrei mai spaventarli, ma potrei osservarli mentre giocano, o leggono, o diventano grandi e si innamorano del mondo attraverso gli occhi degli altri. Vorrei rinascere insetto perché porterei con me una bellezza compiuta ma invisibile ai molti che non possono capire. Impollinerei il mondo e sarei energia che si ripete, inviolabile ed eterna. Vorrei rinascere insetto perché sono certo che dentro quel loro piccolo cervello è contenuta la memoria di ogni cosa, da tutto quello che il mondo è stato a tutto quello che il mondo è stato per me. Dall’enormità alla piccolezza, dall’infanzia alla vecchiaia, dall’amore trattenuto all’amore esploso.

Mi sdraio. L’ultima cosa che sento è il miagolare dolce della mia gatta; poi l’odore del vento che solleva granelli di terra e il ronzio sottile e lontano di un insetto.

 

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