Monarchia e religione hanno spesso avuto stretti legami: per far riconoscere da parte del popolo una figura di grande potere come un monarca assoluto, difatti, gli si è spesso attribuita una discendenza divina, o una legittimazione da parte di una figura autorevole dal punto di vista religioso.
Ne sono stati esempi passati le incoronazioni degli imperatori medievali a partire dai tempi dal Sacro Romano Impero, le quali avvenivano nelle cattedrali, ad opera di un papa o di un vescovo.

Dai contrasti di un monarca (Enrico VIII) con la Chiesa Cattolica nacque, nella prima metà del XVI secolo, la Chiesa Anglicana, da allora culto predominante nel Regno Unito, fatta eccezione per la ancora principalmente cattolica (e anche per questo focolaio di rivolte) Irlanda del Nord.

Tuttavia, mentre in Inghilterra il ruolo della regina è oggi molto più simbolico, essendo limitato nel potere dal Parlamento, esistono in altri paesi monarchie assolute che giustificano il potere del re come un diritto divino: ne è un esempio l’Arabia Saudita, dove il monarca assoluto è chiamato, dal 1986, anche “Custode delle due Sacre Moschee”, facendo riferimento ai due luoghi di culto più importanti dell’Islam, La Mecca e Medina.

Anche la religione induista ha sovrapposto fino a tempi abbastanza recenti potere temporale e potere spirituale: il Nepal, infatti, è stato governato, a partire dal 1768, da sovrani di religione induista appartenenti alla dinastia Shah. Si è trattato, fino al 1990, di una monarchia assoluta, divenuta in seguito costituzionale e infine, dal 2008, repubblica democratica federale.

Questo cambio di forma di governo non è stato nè pacifico né ben voluto da tutta la popolazione: la religione di stato è stata abolita, scatenando proteste da parte di numerosi gruppi induisti sfociate nella continuazione di un periodo già sull’orlo della guerra civile, sul quale risulta difficile trovare notizie non sbilanciate.

A cura di Sara Ottolenghi

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