Marzo 2014: una donna ventinovenne denuncia di aver dovuto partorire senza assistenza un bambino con gravi problemi poi morto, nel bagno di un ospedale di Roma, a causa, pare, dei numerosi rifiuti ottenuti a procedure di aborto terapeutico richieste. Il caso fa discutere, rimettendo in luce la legge italiana che tutela medici e personale ospedaliero che non vogliono operare pratiche di interruzione di gravidanza:

“Il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie non è tenuto a prendere parte […] agli interventi per l’interruzione della gravidanza quando sollevi obiezione di coscienza, con preventiva dichiarazione. […]

L’obiezione di coscienza esonera il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie dal compimento delle procedure e delle attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l’interruzione della gravidanza, e non dall’assistenza antecedente e conseguente all’intervento. […](articolo 9,Legge 22 maggio 1978 n. 194)

Queste obiezioni hanno spesso origini di tipo religioso. La religione cattolica, predominante nel nostro paese, in particolare, si sa essere contraria alle pratiche di aborto. Questa convinzione trae origine anche da interpretazioni di un brano del Vecchio Testamento(Esodo,21, 22-25), per il quale esistono traduzioni diverse:

“Quando alcuni uomini rissano e urtano una donna incinta, così da farla abortire, se non vi è altra disgrazia, si esigerà un’ammenda, secondo quanto imporrà il marito della donna, e il colpevole pagherà attraverso un arbitrato. Ma se segue una disgrazia, allora pagherai vita per vita, occhio per occhio, dente per dente, mano per mano, piede per piede, bruciatura per bruciatura, ferita per ferita, livido per livido.”

Se durante una rissa qualcuno colpisce una donna incinta e questa partorisce senza che ne segua altro danno, colui che l’ha colpita sarà condannato all’ammenda che il marito della donna gli imporrà; e la pagherà come determineranno i giudici; ma se ne segue danno, darai vita per vita, occhio per occhio, dente per dente, mano per mano, piede per piede, scottatura per scottatura, ferita per ferita, contusione per contusione.”

Se si fa fede al primo caso, l’aborto della donna viene punito con una semplice ammenda, perciò pare che il danno subito dal feto non sia equiparabile a quello che avrebbe subito uno già nato, mentre nel secondo caso il responsabile dell’interruzione di gravidanza sembra dover essere colpito duramente come se avesse compiuto un omicidio. Vita per vita.

Che si creda in una o nell’altra cosa la scelta individuale deve essere rispettata, trovandoci noi in un paese a base laica:

“Gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate sono tenuti in ogni caso ad assicurare lo espletamento delle procedure previste dall’articolo 7 e l’effettuazione degli interventi di interruzione della gravidanza richiesti secondo le modalità previste dagli articoli 5, 7 e 8. La regione ne controlla e garantisce l’attuazione anche attraverso la mobilità del personale. […]” (articolo 9,Legge 22 maggio 1978 n. 194)

L’ente preposto a mediare fra obiettori di coscienza ed esigenze della popolazione è dunque la regione. Ci sono tuttavia regioni d’Italia in cui il tasso di obiettori di coscienza è molto alto (ad esempio, in Sicilia si aggira attorno all’80 %)