22:30 del 19 febbraio 2016: l’Italia perde un’altra genialità. Questa volta non si tratta di un giovane neolaureato che cerca fortuna e fama altrove in Europa; il professore, saggista, critico, semiologo, protagonista della comunicazione di massa e scrittore Umberto Eco, viene a mancare.
Nato ad Alessandria 84 anni prima, si laurea a 22 presso l’Università di Torino, la quale vanta la fortuna di essere stata l’iniziatrice del brillante cammino di una personalità che ha reso diversa la visione del mondo.
Riceve numerosi riconoscimenti e titoli degni di un artista eclettico del Rinascimento, ma ogni definizione su Wikipedia può dire poco e niente, se prima non ci si è calati nelle vesti dei suoi studenti: il suo primo obiettivo era insegnare, trasmettere una passione che va al di là delle vendite del suoi scritti, dal numero dei suoi seguaci, dalla fama internazionale. Le sue energie si riflettevano sulla costante motivazione che nelle sue aule attraeva accademici: il suo metodo di insegnamento può essere riassunto con “Non oportet studere sed studuisse”  (“Non conta aver studiato, ma studiare.”). Informarsi giornalmente, studiare anche quando non si ha più un ricavo di crediti universitari o monetario: farlo solo per capire il mondo fino in fondo. Non c’è nulla di più appagante di studiare, leggere e riflettere per se stessi.

“Il nome della rosa” è l’opera che ha condotto la sua gloria alla grandiosità odierna. Un giallo calato nell’esperienza drammatica di un monastero dell’Italia del nord. I due protagonisti infatti, si addentrano in una serie di ipotetici omicidi che spesso avvengono nella biblioteca, descritta come la punta di diamante della struttura, costruita come un fitto labirinto e portatrice di antichi e preziosi manoscritti. Solo quando Adso, il monaco “mastro”, si rende conto che è proprio la biblioteca la chiave per risolvere le misteriose morti, ci si trova di fronte ad una scena drammatica interpretata da un altro personaggio cardine di questo romanzo: il custode della stessa infinita ala del monastero. Si scopre infatti che i monaci uccisi, sono stati avvelenati da un manoscritto antichissimo attraverso gli angoli delle pagine, che per girare con più facilità, erano soliti a bagnarsi la punta delle dita con la saliva, rimanendo inconsapevolmente inclusi della strage.

Posseditore di grandi premi e di numeri da record è il film di Jean-Jacques Annaud, ispirato all’opera dello scrittore. E’ stato ambientato principalmente nell’abbazia di Eberbach, sul Reno tedesco, famosa meta turistica. Per tutelare i veri manoscritti usati durante le riprese, numerosi poliziotti tedeschi hanno avuto l’ordine di controllarli. Malgrado le misure di sicurezza, una pagina antichissima e nota per un’inquadratura nel film, è stata sottratta al suo manoscritto. Girarlo, costò 18 milioni di dollari, incassandone globalmente 77 milioni.

Tra gli scritti meno famosi, tutti in stile Eco, ricordiamo in primis l’estrema ironia e l’incredibile sintonia che solo Umberto poteva riportare nella minuziosa scelta di parole racchiuse ne “I 40 consigli di Eco: come scrivere bene”. Indiscutibile la fantasia e la contraddittorietà nell’elenco. Nel punto 5, ad esempio, consiglia diNon usare sigle commerciali & abbreviazioni etc.” o nel 10,  invita il lettore ad essere  “avaro di citazioni. Diceva giustamente Emerson: “Odio le citazioni. Dimmi solo quello che sai tu.”.”; Oppure, i prossimi laureati di materie umanistiche, possono attingere al suo saggio del 2013 in cui indica le metodologie fondamentali per un uso opportuno del linguaggio accademico.
L’anno scorso è stato pubblicato Anno Zero, quello che sarà per lui, l’ultima opera. Una pantomima che viene costruita al fine di comunicare cosa avviene nella mente di diversi giornalisti.
“C’è la stessa ironia calzante, la stessa cura -, anche se qui meno pesante –Del nome della Rosa-, dei dettagli.” dice Repubblica.

Noi italiani dunque, oltre che per la maestosità delle colline Toscane, l’eternità dei numerosi monumenti in ogni più piccolo borgo o città, il talento dei nostri artigiani, dobbiamo sentirci orgogliosi di essere tali e vantarcene senza garbo, perché questa nazione intrisa di ipocrisie e scetticismo ha avuto l’onore di far da sfondo ad una cultura dominata dal Signor Eco. Milano lo ospiterà per l’ultima volta martedì 23 febbraio alle ore 15, al Castello Sforzesco.
Muniamoci di un senso di unità e rendiamogli un eterno grazie: la sua risonanza sarà di sicuro apprezzata.

 

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