Victor Hugo è famoso per i suoi grandi romanzi. Tuttavia egli fu principalmente poeta, il più grande poeta romantico francese, e questo aspetto di Hugo è, a tutti gli effetti, marginale in Italia: è rarissimo trovare le edizioni delle sue poesie tradotte.

Hugo vive la Rivoluzione Francese e ne descrive anche il lato crudele, dando una visione importante che completa quella liberalista più nota. Ecco dunque una mia traduzione di una sua Ode, che tratta di un processo subito da tre sorelle, Henriette, Hélène e Agathe Watrin, accusate di aver reso omaggio ai prussiani, che entrarono vittoriosi nella città di Verdun, com’era usanza a quei tempi, ossia nel 1792. L’anno dopo, nel 1793, iniziò il cosiddetto Terrore, l’altra faccia della Rivoluzione. Come tutti sapete in quel periodo si andava di ghigliottina spesso e volentieri, ammazzando nobili e non; in questo mare magnum di teste mozzate, finirono nel gorgo dei processi sommari queste tre sorelle, di cui la più vecchia aveva appena 17 anni.

Hugo, con dei versi drammatici, rende un’atmosfera cupa, triste, riprendendo certi schemi degli ambienti di ispirazione gotica; all’esordio (l’ode è divisa in tre parti), lamenta il fatto di non esserne colpevole (ancora non si sa bene di che stia parlando, così da rendere in crescendo la tensione dell’Ode), che lui nemmeno era nato in quei tempi oscuri (nacque il 26 febbraio 1802), ma questa giustificazione non basta: deve prendere la lira e poetare, come gli antichi aedi, per chetare l’ululare degli spiriti delle tre vergini, ponendosi così come poeta impegnato, poeta civile; un compito a cui non può fuggire. Il tutto mischiando abilmente il concetto antico di poeta cantore, l’atmosfera cupa di un certo romanticismo, incarnato nella figura dei fantasmi che gli urlano addosso il loro dolore e la poesia impegnata.

Nella parte narrativa, ossia la seconda, il poeta è molto abile nel descrivere un pubblico prima eccitato, poi atterrito all’ingresso delle tre ragazzine, tracciando magistralmente la tristezza di uno spettacolo terribilmente ingiusto, dove il popolo, più acuto e benevolo, intuisce la barbarie che l’accusatore andava perpetrando. Ci mostra così come spesso il potere nelle mani sbagliate inasprisca e inaridisca delle situazioni che potrebbero essere sì fertili, ma finiscono col far rimpiangere il regime precedente (in questo caso la monarchia). Ché poi, la monarchia stessa era colpevole di tante ingiustizie, ma si sarebbe macchiata del sangue di tre vergini per una normale tradizione, interpretata come tradimento?

Ho scelto questa ode per mostrare un’alternativa alla visione iridescente della Rivoluzione Francese, che, isolando un episodio di enorme ingiustizia, traccia un volto diverso degli anti-monarchici, un volto crudele e disumano (anche le crudeltà più vili avevano la strada spianata nell’immediato periodo post rivoluzionario).

Spero, infine, che con questa mia traduzione si possa aprire uno spiraglio su un lato importante di uno dei più grandi scrittori della Storia francese.

Ora vi lascio alla poesia, segnalando che la traduzione è tratta da Odes et Ballades, edizione Gallimard, curata da Pierre Albouy (prima ed. 1969).

 

 

 

 

 

Le vergini di Verdun

 

Il prete porterà la stuola bianca e nera

quando le sante fiamme per voi s’accenderanno;

e, dai loro lunghi capelli che velano le loro fronti d’avorio,

le giovani donne piangeranno.

A. Guiraud

I

Perché mi portate la mia lira,

spettri leggeri? – che volete?

Fantastiche bellezze, questo lugubre sorriso

m’annuncia il vostro cruccio?

Sulle vostre sciarpe lampanti

perché fluttua con lunghe pieghe questa crepa minacciosa?

Perché sui festoni queste catene insultanti,

e queste rose, tinte di sangue?

Ritiratevi: rientrate negli ombrosi abissi…

Ah! che mi mostrate?… che sono queste tre tombe?

Che è questo carro terribile, carico di vittime?

Che sono questi assassinii, coperti d’impuri cenci?

Sento canti di morte; sento grida di festa.

Nascondetemi il carro che si ferma!…

Un ferro lentamente cade ai miei sguardi turbati; –

ho visto colare del sangue… è forse vero, parlate,

il suo risaltare sulla mia testa?

Venite alla mia anima a risvegliare la colpa?

Questo sangue… non ne sono colpevole!

Fuggite, vergini; fuggite, famiglia deplorabile:

quando non esistevate più, io non esistevo ancora.

Che volete da me? Ho pianto le vostre miserie;

devo dunque espiare i crimini dei miei padri?

Perché turbate il mio riposo?

Perché mi portate la mia lira fremente?

Chiedete dei canti alla mia voce innocente,

e dei rimorsi ai vostri boia?

II

Sotto mura attorniate da coorti sanguinanti,

siede l’ombroso tribunale.

L’Accusatore si leva, e le sue labbra tremanti

s’agitano in un riso infernale.

È Tainville: lo vediamo, in nome della patria,

convitare ai forfait quest’orda pallida

d’assassini, giudici a loro volta;

il bisogno di sangue lo tormenta;

e la sua voce omicida all’ascia fumante

designa le teste del giorno.

Egli parla: – i suoi littori verso la cinta fatale

trascinano le infelici che il suo furore segnala;

le porte davanti a loro si aprono con fracasso;

e tre vergini, di grazia e pudore parate,

attorniate dalle loro compagne,

apparvero tra i soldati.

Il popolo, che si tace, freme del proprio silenzio;

piange la sua schiavitù nel lamentare i loro dolori,

e riposa sull’innocenza

i suoi sguardi stanchi del crimine e turbati dai propri lamenti.

Eh che! quando queste bellezze, debolmente accusate,

s’avanzavano nei ferri verso questi giudici di morte,

queste mura, crollando sotto le loro volte sbriciolate,

non hanno reso i mostri agli inferi!

Che facevano i nostri guerrieri?… Il loro valore sbagliato,

prestava al vile coltello il soccorso della spada;

salvavano questi boia che insozzavano le loro lotte.

Ahimè! un giorno uguale, giorno d’obbrobrio e di gloria,

vedeva Moreau salire sul carro della vittoria,

e suo padre sul carro del trapasso!

Quando i nostri capitani, attorniati d’armi straniere,

coprendo i nostri cipressi d’allori,

verso Parigi lentamente riportavano le loro bandiere,

Frédéric su Verdun dirigeva i suoi guerrieri.

Verdun, primo baluardo della Francia oppressa,

credette di salutare l’armata di un re liberatore.

In vano tuonavano orribili leggi;

Verdun si rivestì delle sue vesti a festa,

e, libera dai suoi ferri, venne ad offrire la sua conquista

al monarca vendicatore dei re.

Allora, Vergini, le vostre mani (questo fu il vostro crimine!)

di festoni di gioia ornarono i vincitori.

Ah! Simili alla vittima,

l’ascia ai vostri sguardi si nascondeva sotto dei fiori.

Questo non è tutto; ahimè!, senza cercare la vendetta,

quando i nostri banditi, sfidando la morte e l’indigenza,

combattevano i nostri tiranni ancora mal affermati,

i vostri nobili cuori hanno pianto così nobili miseri;

il vostro oro ha soccorso questi che furono nostri fratelli

e non erano nostri nemici!

Che!, questo tratto glorioso, che trascina la loro bella anima,

sarà dunque la sentenza della loro morte!

Ma no, l’accusatore, che il loro aspetto infiamma,

trasale d’un untuoso trasporto.

Vuole, Vergini, al prezzo d’un terribile sacrificio,

tacendo i vostri benefici, rapirvi al supplizio;

crede i vostri casti cuori abbattuti dal terrore.

Del disprezzo che lo copre accettate la spartizione,

insozzatevi d’un forfait, l’infame aeropago

vi assolverà dalle vostre virtù!

Rispondetemi, Vergini timide:

chi, d’un così nobile orgoglio ha armato questi occhi sì dolci?

Dite, chi fece rotolare nei vostri sguardi umidi

le lacrime generose del cruccio?

Lo vedo dal vostro coraggio:

quando l’oppressore che vi oltraggia

non avesse offerto l’onta nel proporre il suo beneficio,

colpevoli di pietà per i Francesi fedeli,

voi non avreste voluto, davanti a leggi crudeli,

negare un sì nobile forfait!

Dunque è fatta; già sotto la lugubre cinta

ha risuonato la sentenza dettata dal furore.

In muto mormorio, soffocato dal terrore,

il popolo, che l’ascolta, esala il suo orrore.

Riguadagnate delle celle, le sinistre dimore,

o Vergini!, ancora qualche ora…

Ah!, pregate senza sforzo, la vostra anima è senza colpa.

Tagliate questi lunghi capelli,

dove la mano d’una madre allacciava dei fiori puri,

senza vedere ch’ella vi mesceva papaveri di morte!

Presto questi fiori copriranno ancora la vostra testa;

gli angeli vi renderanno questi simboli toccanti;

il vostro inno di trapasso sarà l’inno di festa

che le Vergini del cielo ridiranno nei loro canti.

Voi vi vedrete vicino, in questi cuori d’innocenza,

Charlotte, l’altra Giuditta, che vi vendicò in anticipo;

Cazotte, Elisabeth, così infelice in vano;

e Sombreuil, che trascina dai suoi pallori improvvisi

il sangue ghiacciato dei morti circolante nelle vene

martiri, cui l’incenso piacque al Martire divino!

III

Qui, davanti ai miei occhi erravano dei lucori ombrosi;

delle visioni turbavano i miei sensi spaventati;

gli spettri sulla mia fronte dondolavano nelle ombre

di lunghe lenzuola insanguinate.

Le tre tombe, il carro, i patiboli funebri.

M’apparvero nelle tenebre;

tutto rientrò nella notte dei secoli rivenuti;

le Vergini erano fuggite verso la nascente aurora;

io mi ritrovai solo, e piangevo ancora

quando la mia lira non cantava più!

 Ottobre 1818

A cura di Victor A. Campagna

 

 

credits