di Roberta Giuili 

Ardengo Soffici (Rignano sull’Arno 1879-Forte dei Marmi 1964), fu uno scrittore e un pittore. Visse a Parigi dal 1903 al 1907 e, tornato in Italia, fu tra i principali collaboratori della Voce e nel 1913 fondò la rivista Lacerba con Papini, assieme al quale condivise le diverse esperienze d’avanguardia, dal futurismo al cubismo. La sua attività di critico d’arte attento a valorizzare i movimenti francesi dell’impressionismo e postimpressionismo si rifletteva nella sua scrittura di frammentista lirico, innamorato, nonostante certo pessimismo, della vita e della natura e portato a “posar le parole come il pittore i colori” nei paesaggi e nei rapidi bozzetti e ritratti di Arlecchino 1914), Giornale di bordo (1915), La giostra dei sensi (1919). Anche la sua produzione pittorica corrisponde a quella singolare posizione da lui assunta nel campo letterario e critico, evidente nella sua raccolta complessiva di versi il cui titolo “Marsia e Apollo” rimanda alla marcata distinzione tra una prima sezione avanguardistica e “lacerbiana”, e una seconda classicheggiante (che comprende anche una sezione di traduzioni e un gruppo di liriche in francese).

 

 

È NOVEMBRE

Presto, cogliamo questi ultimi lampi
di bellezza della terra esausta che si prepara a morire.
Quante volte avremmo voluto fissar nella carta bianca l’emozione,
il nostro amore quasi carnale per la zolla grassa, bollente,
coperta di verdura robusta,
per la spiga pesante che il sole abbrustolisce,
per il grappolo azzurro, lustro,
turgido come una mammella,
per il ramo curvo carico di frutta.
Non abbiamo saputo!
Non perdiamo questi splendori estremi.
Empiamoci gli occhi del vermiglione, della porpora,
dell’ arancione dei pampani agonizzanti;
del giallo e del bianco dei fiori ritardatari.
L’erba fresca inzuppata di guazza,
le foglie scintillanti nelle mattine ancora soleggiate,
i tetti che la luce inonda ancora,
i campi e le prode fumanti
come la groppa di un bue che ha lavorato troppo.
Domani il sipario della nebbia calerà su tutto e sul nostro cuore.
Non vedremo, non ameremo più nulla che i nostri ricordi;
non sentiremo che il nostro dolore solitario.

Nel 1932, sul quotidiano la Gazzetta del Popolo di Torino, Soffici scrive: «Tutto il mondo è una meraviglia sempre nuova, un vero miracolo per il vero poeta, che lo contempla, che se ne esalta senza saziarsene, che cerca di esprimerne la bellezza, ma senza mai riuscire che ad afferrarne e renderne qualche aspetto, o tratto, o nota. Questo stupore davanti al vero come davanti a una rivelazione luminosa del divino, pari allo stupore del fanciullo, per cui tutto è nuovo e pieno d’inatteso, è anzi la virtù propria del poeta, la sua facoltà specifica.»

Nella poesia l’autore esprime proprio l’impossibilità di “fissar nella carta bianca l’emozione”, l’incapacità di e-movere, tirare fuori la spontaneità di un sentimento semplice, ma dirompente: un “amore quasi carnale” per “la zolla grassa”, “la spiga pesante”, “il grappolo azzurro”, “il ramo curvo carico di frutta”.

In un solo verso si concentra la potenza dell’esclamazione “Non abbiamo saputo!” che ripropone il dissidio di Mallarmé di fronte “al vuoto foglio difeso dal suo candore”, e tenta di scioglierlo con un imperativo: “empiamoci gli occhi”. Pier Vincenzo Mengaldo definisce il poeta «un Apollinaire italiano in formato ridotto», rifacendosi alla lettura del simbolismo francese operata da parte del Soffici alla luce delle esperienze letterarie a cui egli stesso prese parte nella nazione d’origine. Il poeta traspone sulla pagina l’insegnamento impressionista, da una parte nella vividezza immediata dei colori “vermiglione, porpora, arancione dei pampani agonizzanti, (…) giallo e bianco dei fiori ritardatari”, dall’altra nella tensione alla commozione, “agli splendori estremi”.

“L’erba fresca inzuppata di guazza” è l’antinomia delle “pozzanghere mezzo seccate” di Montale, i tetti inondati di luce sono un chiaro richiamo all’impossibilità montaliana di vedere “l’azzurro” che “si mostra soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase”.

Ogni parte della natura inevitabilmente fa però trasparire l’inganno dell’apparenza: i pampani agonizzano, i fiori tentano invano di rimandare la fine, i campi sono aridi come la groppa consumata di un bue da soma.

All’elenco vivace e veloce dei primi versi si sostituisce negli ultimi tre un’intessitura anaforica di negazioni: cala il sipario dell’autunno.

L’emotività è qui strettamente collegata alle stagioni meteorologiche, è come “la terra esausta che si prepara a morire”: arrivato l’inverno, si raffredda e si spegne sotto una coltre di nebbia.

credits