Nelle poche occasioni in cui mi confronto con altre persone sul rapporto che ciascuno di noi ha con la fotografia, io mi scopro ogni volta essere saldamente ancorato all’associazione di tale mezzo espressivo agli esseri viventi. Per quanto la scelta dei possibili soggetti fotografici sia ampia, solitamente prediligo ritrarre situazioni in cui vi sia un elemento umano. Vengo poco attratto dai miei scatti in cui ve n’è carenza, ma non disprezzo quelli di altre persone che si allontanano da questa mia concezione della fotografia; posso anche esserne molto attratto. La macro-fotografia, così come quella astratta, quella panoramica e i molti altri tipi, è affascinante, ma non si confà alla mia indole: posso apprezzarla, ma non ne produco.

Ultimamente ho letto delle frasi che avevo evidenziato nel libro ‘Sulla Fotografia’ di Susan Sontag e una in particolare si è distinta fra le tante, in quanto affine a questa mia riflessione. 

Fotografare una persona equivale a violarla, vedendola come essa non può mai vedersi, avendone una conoscenza che essa non può mai avere; equivale a trasformarla in oggetto che può essere simbolicamente posseduto.                              Susan Sontag – Sulla fotografia [Piccola Biblioteca Einaudi]

 

Questa risuona come una sentenza e ne ha anche l’accezione, fosse anche solo per la scelta drammatica, e forse teatrale, dell’autrice, di utilizzare le parole violarla e posseduto. Non sono loro, però, ad affascinarmi, ma il fatto che condivido molto fortemente il sentore che una persona, in fotografia, possa essere conosciuta dall’autore della fotografia oltre il limite delle normali interazioni umane. La figura, una volta ritratta, viene influenzata dalla fantasia e dall’ottica di chi la osserva, e si eleva a oggetto di interpretazione. Per quanto sia surreale, l’immagine di quella persona trascende la definizione di se stesso e diviene incorporeo. Reciso dalla sua origine diventa idea – in questo caso linee e gradazioni. Questo può essere detto di qualunque forma di arte o di qualsivoglia mezzo espressivo che aspiri a definirsi tale (i.e. arte), ma in questo caso mi soffermerò sulla sua valenza in ambito fotografico.

Fotografi come Gordon Parks, Josef Koudelka, Steve McCurry, Daido Moriyama, Diane Arbus, Joel Meyerowitz e altri hanno incentrato il loro lavoro sul ritrarre persone, anche se in situazioni diverse e con approcci compositivi molto differenti. Gente come Phillip Jones Griffiths e Gordon Parks faceva lo stesso concentrandosi sul fatto che la fotografia potesse essere un mezzo di diffusione mediatica e di accrescimento della consapevolezza sociale. Come loro, Diane Arbus seguì le orme di Robert Frank (i.e. autore della raccolta ‘The Americans’) e del poliedrico Henri Cartier Bresson. Per quanto sia una semplificazione, si può dire che dal primo acquisì l’ambizione a raccontare il mondo, dal secondo il fatto di dare una forma adeguata alla propria voce: Frank viaggiò attraverso l’America, e non solo, per renderla più concreta nella mente dei suoi abitanti, mentre Bresson è noto come un fine e attento maestro della composizione, solito tramutare semplici scatti in esercizi di stile e di disciplina, in cui far sì che ciascun elemento nella foto non fosse involontario o indomato. Diane Arbus non fu la sola e unica a seguire tale iter, ma enunciò una frase emblematica, forse troppo ambiziosa e supponente, ma chiara nel determinare il comportamento e le finalità di un movimento artistico in quell’era.

I really believe there are things nobody would see if I didn’t photograph them.                            Diane Arbus

Trad: Io sono convinta che vi siano cose che nessuno avrebbe visto, se non le avessi fotografate

La fotografia si diffuse così tanto perché raccontava qualcosa di cui la gente non poteva avere un’esperienza personale nella vita di tutti i giorni. Si differenziò poi in fotografia artistica e amatoriale, con non poche problematiche di natura puramente semantica: non che vi sia un male, ma si diede via a nocive abitudini comportamentali, secondo cui il nuovo (e.g. pellicola a colore, digitale, fotocamere dei cellulari) non fosse carente solo dei mezzi, ma anche del diritto di potersi raffrontare con l’elevazione dei mezzi classici (e.g. pellicola monocromatica, medio-grande formato). Fortunatamente, con cadenza regolare, questi dibattiti vengono accantonati in quanto futili diverbi lontani dal vero fulcro tematico della fotografia: non conta con cosa scatti, ma cosa scatti e perché lo fai.

Conta cosa si prova, non cosa ti viene detto al riguardo.

Oggigiorno chiunque può scattare una foto, tornare a casa e postarla su internet nell’arco di minuti. Molte persone, in risposta a questo, suggeriscono una tecnica di restrizione personale che possa ricondurre a ritmi più lenti, caratteristici dell’era analogica: lasciar sì che passi del tempo (i.e. 6 mesi – 1 anno) fra lo scatto e l’editing/pubblicazione della foto. Lo scopo è quello di ridurre l’attaccamento emotivo del fotografo alla sua “creatura”; dopo mesi ci si può dimenticare del “volto” che la fotografia potesse avere, a maggior ragione se non la si ha guardata per lungo tempo. Si riscopre la foto e si sviluppa criticità artistica. Questa scelta è opinabile (e.g. io la condivido, ma non ho la pazienza per farlo; piuttosto riprendo foto vecchie di mesi e le elimino dalla cerchia di scatti scelti di cui vado fiero), ma ciò che mi interessa è il fatto che sia esemplificativa di quale sia il rapporto fra autore e opera, in questo caso nella fotografia: come i genitori non sempre sono obiettivi nei riguardi dei figli, così gli autori di una qualche forma espressiva devono accettare il fatto di non poter affermare con sicurezza di non essere eccessivamente accondiscendenti o distruttivi nei riguardi della loro creazione.

Questa incertezza cognitiva può divenire un solido equilibrio dinamico, a patto che si abbia coscienza del fatto che ogni fotografia sia soggetta ad una oggettivazione, ed una conseguente valutazione, a priori e a posteriori. Più questi due momenti sono distinti (i.e. per il trascorrere del tempo o per uno sforzo auto-esplorativo), più si può essere oggettivi nei riguardi del proprio lavoro, come lo si è per quello degli altri quando si eliminano, difficilmente, invidia e ammirazione.

 

a cura di Niccolò C. M. Bianchi