Forse è proprio la nostra memoria uno dei temi più affascinanti che ha da sempre accompagnato la storia dell’uomo. Pensatori, scienziati, filosofi, si sono da sempre interrogati su che ruolo avesse nel nostro organismo, sul luogo in cui potesse risiedere (nel cuore o nel cervello?), su che cosa fosse e su come funzionasse.

In molti si sono quindi lasciati andare alle più fantasiose metafore. Sir Francis Bacon paragonava la memoria ad una lavagna sulla quale non si poteva scrivere nulla se prima non vi si fosse cancellato ciò che vi ci era scritto in precedenza. Arthur Schopenhauer riteneva, invece, che fosse simile ad un panno che da sé prendeva le pieghe in cui era stato piegato più spesso. Lo scrittore inglese Thomas de Quincey identificava la memoria come un palinsesto, ovvero come un manoscritto di pergamena il cui testo originario è stato cancellato con delle raschiature e sostituito da un testo più recente, in cui però la raschiatura non riesce a cancellare mai fino in fondo il testo più antico, tanto che spesso con procedimenti chimici si può anche recuperare. Per concludere con Giuseppe Ungaretti che arriva ad affermare che “Tutto, tutto, tutto è memoria”. Affermazione che constata l’evoluzione del sapere scientifico in materia di memoria, considerata ormai come processo che si collega in modo inesorabile con tutti gli stadi e gli eventi che si generano nel nostro cervello.

C’è anche chi, come Platone, che è tanto affezionato alla memoria e al suo uso, non riuscirà mai a vedere di buon occhio la scrittura, perché ritenuta mezzo di un progressivo depotenziamento della nostra memoria individuale. Nel Fedro Platone racconta come il dio egiziano Theut avrebbe offerto al re d’Egitto Thamus una meravigliosa creazione che avrebbe reso gli Egiziani più sapienti e più capaci di ricordare, avendo trovato nella scrittura il farmaco della memoria. Si racconta anche, però, di come il re Thamus riluttante nell’accettare il dono, ritenesse la scrittura come mezzo che avrebbe prodotto la dimenticanza delle anime, e quindi non farmaco della memoria, ma del richiamare alla memoria.

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Parlare di memoria in questo nuovo secolo, però, è questione sempre più difficile, infatti se fino almeno a tutta la metà del Novecento vi era la certezza che la memoria risiedesse solo dentro di noi, che fosse quindi un processo individuale di immagazzinamento dei ricordi e dei dati, adesso con la rivoluzione digitale del XXI secolo non abbiamo nemmeno più questa consapevolezza, perché tra blog, social network, macchine fotografiche digitali, archivi dai gigabyte illimitati e la nostra partecipazione alla cultura online, la nostra vita si traduce in una scia di memorie esterne onnipresenti, sempre pronte alla consultazione ed incapaci di dimenticare.

Al giorno d’oggi però memoria interna e memorie esterne non si saldano ancora perfettamente l’una con le altre, sarà quindi obiettivo del futuro far sì che questa distanza venga sempre più colmata, magari permettendo al nostro cervello di connettersi al nostro computer senza più bisogno di intermediari.

Questa rivoluzione potrebbe quindi renderci in grado di ricordare tutto, di non dover più utilizzare un’agenda in cui segnare gli appuntamenti, una rubrica in cui memorizzare i numeri di telefono o il tradizionale post-it sullo schermo del compute12

Ma non è questa una lama a doppio taglio? Siamo davvero così sicuri di voler rinunciare al nostro diritto a dimenticare?

A cura di Benedetta Maffioli

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