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A cura di Laura Marino

Uno dei quesiti assoluti ed irrisolvibili che da sempre tormenta il genere umano è il perché della vita, che porta con sé ovviamente il perché inevitabilmente moriamo. Questo passaggio, nel migliore dei casi, è reso evidente dal nostro inesorabile indebolimento mentale e fisico: l’invecchiamento.

Per molti la vecchiaia è un peso, un cruccio. Per altri è una risorsa, un aspetto di vita in più che consente di guardare il mondo con gli occhi della nostra crescente esperienza pregressa.

Tuttavia, l’uomo non ha perso e non perde, specialmente oggi che la tecnologia e la ricerca scientifica sono in continuo sviluppo, la volontà di ricercare una scappatoia all’invecchiamento del corpo, e di conseguenza allontanarsi sempre di più dal capolinea, fino al potenziale raggiungimento dell’immortalità.

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A cura di Laura Marino

Molte congetture ed utopie si sono succedute dai primi filosofi (come Socrate e Kant, che si sono concentrati più sulla ricerca dell’immortalità dell’anima), ai grandi letterati come Oscar Wilde e il suo famosissimo libro, “Il ritratto di Dorian Gray”, che narra di un’impossibile vicenda in cui il protagonista affida la sua anima ad un suo ritratto, in cambio dell’eterna giovinezza, facendo sì che esso invecchi e deperisca al posto suo.

  In tempi più moderni ricordo con grande fascino la trama di un film,   “L’uomo bicentenario” con protagonista Robin Williams. Si racconta di una vicenda ribaltata, in un futuro non troppo distante dal nostro, in cui un robot è talmente umanizzato da ricercare la deperibilità corporea, sostituendo gradualmente i propri pezzi con organi artificiali che ricalcano perfettamente quelli umani. Una visione fantascientifica, tuttavia molto vicina a quello che stiamo vivendo oggi, con la produzione sempre più efficiente di parti del corpo sintetizzate dalle cellule staminali, o addirittura stampate in 3D a misura di persona.

Molto interessante è ciò che è successo nel 2009 alla cerimonia del premio Nobel. Si da il caso, infatti, che il premio Nobel per la medicina sia stato dato a tre scienziati che hanno risolto uno dei più grandi misteri della biologia riguardanti la copia e la protezione dei cromosomi. In parole povere, la loro scoperta ci permetterebbe di capire meglio come funziona il DNA e quali sono i meccanismi che causano malattie, deperimento ed invecchiamento.

Ma innanzitutto… perché invecchiamo? Dal momento in cui si nasce, ha inizio il nostro cammino. Naturalmente le nostre cellule non restano le stesse durante la nostra vita, vengono continuamente ricambiate e rigenerate dalla continua riproduzione delle cellule precedenti, che si dividono e sostituiscono quelle danneggiate.

La frequenza delle divisioni e le sostituzioni variano da organo a organo, ma ha comunque un limite, dopodichè il corpo non ce la fa più a replicarsi con efficienza e finisce per consumarsi sempre di più, fino alla morte.
Alcuni si domanderanno, giustamente, perché dopo ogni divisione le nostre cellule non sono identiche a quelle originarie, ma sono più vecchie e più deboli: è per via della selezione naturale. Questa diversità è necessaria per permettere alle specie viventi di adattarsi ai cambiamenti e migliorare le probabilità di sopravvivenza di generazione in generazione. Ecco, questo è l’invecchiamento in termini spiccioli.

Un esempio di telomeri
Un esempio di telomeri

Cosa hanno scoperto questi tre scienziati? I vincitori del premio Nobel 2009 hanno scoperto i telomeri: estremità dei cromosomi, in cui risiede il meccanismo che regola il graduale invecchiamento delle nostre cellule . Sono come delle specie di codine, che man mano che si attua una divisione cellulare vanno a perdere di lunghezza, perdendo dati durante il processo. I telomeri, quindi, diventano sempre più piccoli finchè la cellula non perde la capacità di dividersi e muore. Sono un meccanismo di protezione, e promuovono la stabilità del DNA. Proteggerli è un punto centrale nella sfida contro l’invecchiamento e le malattie, perché la riduzione della lunghezza dei telomeri, se notata, è anche un fattore predittivo dello sviluppo di patologie e difetti genetici, cancro incluso.

E non vi ho detto la parte più bella: nel nostro corpo c’è un enzima che inibisce l’accorciamento dei cromosomi: la telomerasi. I telomeri sono creati e mantenuti da questo enzima, che è soprannominato “l’enzima dell’immortalità” proprio a causa del suo ruolo nell’invecchiamento cellulare e nel cancro. La telomerasi allunga i telomeri, rallenta ed è probabile che inibisca l’invecchiamento cellulare.

Proprio per verificare questo, gli scienziati che lavorano nel campo della biologia molecolare studiano per trovare delle sostanze che attivino la telomerasi. Sono già in corso i primi studi pilota sugli umani, che vengono trattati con una particolare sostanza che sembra attivare l’enzima. A livello quotidiano, l’attivazione della telomerasi è possibile tramite uno stile di vita e degli accorgimenti apparentemente banali, come l’assunzione di sostanze antiossidanti, vitamina c, e svolgere esercizio fisico.

Forse non ce ne accorgiamo, forse è un processo lento, ma la nostra aspettativa di vita si sta enormemente dilatando, al punto che le statistiche sostengono che la generazione attuale possa arrivare ad un’aspettativa di vita media pari circa a 130 anni. E se davvero si troverà un modo per sfruttare “l’enzima dell’immortalità”, il futuro in campo biologico si prospetta veramente stupefacente. Forse le storie di fantascienza che abbiamo letto o guardato al cinema non sono poi così lontane dalla realtà.

 

Andrea Bellandi