di Andrea Bellandi

 

Consumare: una parola dai molteplici significati, ma che ormai è diventata talmente parte del nostro quotidiano, a livello economico, che nella pratica non ha più valore.

Siamo in piena era del consumismo: compriamo un computer, un elettrodomestico, un telefono, un’automobile: inevitabilmente, dopo poco, la nostra cosa si guasta. Spesso è un danno minimo…  ma tendiamo a gettare la nostra cosa nella spazzatura, senza indugi,  e ne compriamo una più nuova, più evoluta, più di tendenza. Oppure, se siamo più accorti e affezionati alle nostre cose, cerchiamo di ripararle. Ma spesso non è possibile, non vendono il pezzo, tutto il meccanismo è fuso e non è smontabile, oppure (forse ancora più spesso) la suddetta riparazione costa in proporzione più di comprare un nuovo oggetto dello stesso tipo.


1280px-Fredmeyer_edit_1Il consumismo implica inevitabilmente sovrapproduzione e spreco. L’esempio sopracitato lo dimostra. Ma il meccanismo non si ferma alla mera logica di rimpiazzare una cosa senza tentare di recuperarla , annullandone totalmente il valore.  Il ragionamento si è sviluppato verso una vera e propria dipendenza verso il possedimento degli oggetti, sempre più belli, sempre più nuovi, assorbendo l’uomo in una spirale sociale di materialismo spinto, che fa del denaro e dei possedimenti materiali una prerogativa di dignità.

Un esempio in questo senso? Potremmo rischiare non poche contestazioni… ma emblema del consumismo è sicuramente l’acquisto compulsivo di Iphone. Un ottimo telefono, senza dubbio. Una svolta generazionale e tecnologica, che ha aperto la strada al concetto di smartphone. Tendenzialmente creato con dei materiali che non valgono nemmeno un milionesimo del suo prezzo di mercato, tutto sommato regge bene. Ma sarebbe curioso sapere quanto  potrebbe effettivamente durare veramente la vita di un Iphone. È potenzialmente improbabile scoprirlo, in quanto il target medio che acquista questo oggetto non resiste più di una versione successiva, forse due, per rimpiazzarlo. È uno status simbol, un requisito necessario.

Quanti di noi avranno sentito la frase tipica, in tempi di crisi: “non arrivano a fine mese però c’hanno l’Iphone, eh.”?

Eccoci arrivati al punto.

Dalle prime comparse di elettrodomestici e oggetti di consumo, intorno agli anni ’60, si è inaugurata la società di massa, e il consumismo ha mutato radicalmente il modo di pensare di interpretare il rapporto che individualmente o collettivamente si ha con le merci che consumiamo.  È diventato una vera e propria ideologia,  basata sul materialismo, che ha come scopo quello di stimolare la psiche umana al consumo e alla dipendenza dai beni materiali. Oltre che una sorta di “droga sociale”, esso è a tutti gli effetti una forma di sfruttamento psicoeconomico: si stimola in desiderio mentale per indurre la persona a comprare, e le conseguenze a volte sono devastanti. Questo meccanismo, infatti, oltre che creare (ovviamente) uno spaventoso disequilibrio tra i cosiddetti “paesi ricchi” e quelli del “Terzo Mondo”, in una realtà di sfruttamento e spreco di risorse materiali ed ambientali, completamente contrari ad ogni concezione ecologica, ha serie conseguenze sulla psiche umana.

Consumismo 3

Si parla di malattie mentali, manie, distorsioni del carattere e del comportamento umano. Il consumismo causa aggressività e violenza, nel momento in cui la persona si trova nell’impossibilità di soddisfare i propri desideri materiali. Emerge già dall’infanzia: quella tipica sensazione di frustrazione che si prova quando un bambino dice di avere più giochi di te, e migliori dei tuoi.
Lo squilibrio quindi non è solo collettivo e dannoso a livello globale perché fonte di gravi squilibri economici e di pesanti situazioni di povertà, ma è anche interno all’uomo stesso che lo vive, avendo la possibilità di possedere tutto, ma vivendo la cosa in maniera superficiale, venale e frustrata. L’essere umano ha tre livelli di espressione: quello materiale, quello mentale, quello spirituale. Nel caso del consumismo, l’aspetto materiale sovrasta completamente gli altri due, ribaltando le priorità.

È vero, i movimenti di protesta ci sono: emblematico lo scandalo Nike, riguardo i bambini sfruttati come forza lavoro in maniera disumana, o le guerre di petrolio che si celano dietro l’aumento del prezzo della benzina. Il boicottaggio, le proteste e le manifestazioni di questi ultimi anni hanno portato a una forte riflessione, e ad inculcare un tarlo di consapevolezza  e forse anche di rimorso in molte menti dei paesi più sviluppati.

Ma il cambiamento vero è ancora molto, troppo lontano.

Gli aspetti positivi del consumismo?

Si potrebbe dire che senza il consumismo, non ci sarebbe ricchezza. Che l’economia dei paesi ricchi crollerebbe. Ma in realtà è il consumo, e non il consumismo, ad avere effetti positivi per lo sviluppo economico. E il consumo, come tale, dovrebbe essere commensurato al benessere di ciascuno, ed essere riflesso del buon andamento di uno stato, di un governo, di un’economia.
La formazione di un reale equilibrio economico mondiale è sicuramente possibile… ma, com’è ovvio che sia, il senso comune di chi guadagna sulla povertà altrui non è particolarmente sviluppato.

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