Il denaro è un argomento universalmente scomodo. Vi abbiamo a che fare quotidianamente e attribuiamo ad esso un potere quasi trascendente. Spesso lo aggettiviamo in modo negativo ma nonostante discorsi utopici su come il mondo sarebbe migliore senza di esso torniamo ad usarlo come se nulla fosse. Certo! Non possiamo mica decidere da soli di tornare allo scambio! Bisogna farlo insieme, simultaneamente… supponendo che questa condizione sia, se non impossibile, altamente improbabile facciamoci due conti (dato che siamo in tema) su come la gestione del denaro lo renda “una brutta bestia”.

Le banche stampano il denaro, il denaro viene prestato alle aziende come “fattore produttivo”, queste investendolo producono beni, per poi vendere i prodotti ad altri privati e depositare il ricavato  nuovamente nelle mani delle banche. Non è un processo particolarmente complesso da sintetizzare e infatti la problematica principale non sta nel processo, che di per sé è perfetto, ma bensì nei criteri di elargizione dei prestiti.

Il denaro è un bene e come tale ha la caratteristica di essere scarso, quindi per essere elargito bisogna attenersi a dei criteri. Da qui il concetto di “forbice e doppia forbice”: le grandi aziende (che secondo le banche sicuramente ripagheranno i debiti) godono di tassi d’interesse minimi, mentre quelle piccole (che con meno probabilità restituiranno il denaro) pagheranno tassi di interesse più alti. Al contrario però quando la banca deve pagare i tassi di interesse sui depositi pagherà ad un tasso esiguo i piccoli crediti delle piccole aziende e ad un tasso elevato quelli ingenti delle grandi imprese.

Questo è il problema, unito al fatto che circa trent’anni fa durante il periodo del primo Bush e di Clinton sono stati tolti alle imprese quei limiti (imposti negli anni trenta dopo la crisi del ‘29) che impedivano loro di diventare così grandi e forti da influenzare la politica e il mercato dei paesi. I grassi si lasciano ingrassare, mentre i magri vengono costretti alla fame. Le aziende grandi si diversificano e forti di questo trattamento  e di questa assenza di limiti invadono il mercato in sempre più settori schiacciando quelle più piccole. Nessuno può fermare questi titani. Questo, se non influenzassero concretamente la politica dei paesi che le ospitano, andrebbe anche bene ma c’è un punto della vicenda che non solo non è trascurabile ma è pure inquietante: le aziende nascono, crescono, vanno in crisi e se non si riprendono muoiono. La crisi o addirittura la morte di uno di questi giganti è paragonabile al cedimento di una colonna portante di un grosso palazzo. Crolla tutto, tutti vanno in crisi. Il mercato basato sulle aspettative comincia a deprimersi, le persone acquistano di meno, le banche prestano ancor meno e l’economia immancabilmente si ferma.

C’è chi ritiene che questo meccanismo sia mitigabile premiando quelle imprese che operano in equilibrio tra i profitti e le risorse che generano e riportano sulla comunità nella quale vivono attraverso posti di lavoro e opere sociali.  I consumatori, dal basso, dovrebbero premiare quelle aziende che dunque si comportano in modo etico acquistando i loro prodotti, e non quelli della loro poco coscienziosa concorrenza. È il pensiero di Fabrizio Politi, ex imprenditore del settore nautico, che esaminando 600 mila imprese e dividendole in 773 categorie ha creato un social network chiamato  SixthContinent. Questo serve a dar vita a “una coscienza collettiva per una massa critica di consumatori capace di piegare i micro-flussi economici.” Secondo Politi, la scelta più logica non deve basarsi sul solito rapporto qualità/prezzo, bensì sull’effetto economico che ha l’acquisto. L’applicazione divide le aziende non etiche da quelle etiche offrendo al consumatore la possibilità di scegliere concretamente come investire il suo denaro.
Insomma, ha creato uno strumento in grado di capire chi ci porta alla crisi e chi invece alla crescita. Funzionerà? Proviamo! Al massimo torniamo in crisi! Nulla che non si sia già visto in fin dei conti…

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