di Anita Mestriner 

 

La domanda che vi porgo oggi, cari lettori, è la seguente: che ruolo potrà mai avere la poesia nella nostra odierna società di massa?
Oggi è tutto incentrato sulla velocità, sul profitto, non ci si può mai fermare.
Come scrive Bauman nel suo saggio “Modernità liquida”, che ai nostri tempi tutto si riduce all’individuo, tocca all’individuo scoprire cos’è capace di fare e portare tale capacità al limite estremo.
Se si fallisce, si fallisce da soli.
Nella società dei consumi non c’è spazio per la poesia.
Non si ha tempo da perdere, non la si capisce, la si banalizza.
Per molti sono solo ore spese a cercare di analizzare parole scritte duecento anni fa.
Ma non si tratta solo di questo.
La poesia, come tutte le altre forme d’arte ci salva.
Ci rende unici, diversi, profondi.
Non ci permette di diventare tutti uguali, ci fa riflettere.
E’ lo specchio dell’anima.
Ma quello del poeta può essere un ruolo difficile, un compito non così semplice.
Il poeta del 2000 ha bisogno di sbracciarsi in continuazione, di stravolgere e fare luce.
E una delle poetesse che più è riuscita in questo compito è Wislawa Szymborska, premio Nobel per la letteratura nel 1996.

 

Cos’è necessario?
E’ necessario scrivere una domanda,
e alla domanda allegare il curriculum.

A prescindere da quanto si è vissuto
il curriculum dovrebbe essere breve.

E’ d’obbligo concisione e selezione dei fatti.
Cambiare paesaggi in indirizzi
e ricordi incerti in date fisse.

Di tutti gli amori basta quello coniugale,
e dei bambini solo quelli nati.

Conta di più chi ti conosce di chi conosci tu.
I viaggi solo se all’estero.
L’appartenenza a un che, ma senza perché.
Onorificenze senza motivazione.

Scrivi come se non parlassi mai con te stesso
e ti evitassi.
Sorvola su cani, gatti e uccelli,
cianfrusaglie del passato, amici e sogni.

Meglio il prezzo che il valore
e il titolo che il contenuto.
Meglio il numero di scarpa, che non dove va
colui per cui ti scambiano.
Aggiungi una foto con l’orecchio scoperto.
E’ la sua forma che conta, non ciò che sente.
Cosa si sente?
Il fragore delle macchine che tritano la carta.

(Curriculum, Wislawa Szymborska)

 

La Szymborska, come poetessa, sa che la poesia vorrebbe soffermarsi sulle date, i sogni, sui piccoli dettagli che fanno di una vita un’esistenza piena e degna di essere vissuta.
La poesia dovrebbe soffermarsi sulla smorfie del viso di un innamorato, su un’attesa interminabile, su eroi e eroine della storia ormai dimenticati da tempo.
La poesia restituisce valore alla vita.
Ti dice che non sei solo un numero, tu sei molto di più.
Sei il respiro, sei il caffè che bevi la mattina, gli animali che ti fanno compagnia a casa, sei tutti gli amori persi e quelli conquistati con gran fatica, sei le lacrime e il sorriso.
Eppure a volte ce ne dimentichiamo.
A volte siamo così occupati ad avere fretta, ad essere efficienti che ci perdiamo i momenti migliori, che ci dimentichiamo dove stiamo andando e se stiamo facendo del bene.
Ed è forse questo il ruolo della poesia oggi.
Ci ricorda chi siamo e chi siamo stati.

 

Su cento persone:
che ne sanno sempre più degli altri
– cinquantadue;

insicuri a ogni passo
– quasi tutti gli altri;

pronti ad aiutare,
purché la cosa non duri molto
– ben quarantanove;

buoni sempre,
perché non sanno fare altrimenti
– quattro, be’, forse cinque;

propensi ad ammirare senza invidia
– diciotto;

viventi con la continua paura
di qualcuno o qualcosa
– settantasette;

dotati per la felicità,
– al massimo poco più di venti;

innocui singolarmente,
che imbarbariscono nella folla
– di sicuro più della metà;

crudeli,
se costretti dalle circostanze
– è meglio non saperlo
neppure approssimativamente;

quelli col senno di poi
– non molti di più
di quelli col senno di prima;

che dalla vita prendono solo cose
– quaranta,
anche se vorrei sbagliarmi;

ripiegati, dolenti
e senza torcia nel buio
– ottantatré
prima o poi;

degni di compassione
– novantanove;

mortali
– cento su cento.
Numero al momento invariato

(Contributo alla statistica, Wislawa Szymborska)

 

 

credits