“Doveva essere un bel l’originale chi ha inventato l’innocenza dei bambini”

I bambini restano tutti così,
la prima volta che sono trattati slealmente.
Essi pensano di aver diritto alla lealtà
degli adulti quando vanno a loro pieni di fiducia.
Dopo che gli adulti si saranno mostrati sleali con loro,
essi li ameranno ancora, forse, ma non saranno mai più
gli stessi.
Nessuno dimentica la prima slealtà.

James Matthew Barrie

È qui che trovo la libertà
Qui nel silenzio della carta
Che trovo lo spazio di urlare.
È qui che giacciono
L’umiliazione,la vergogna,le lacrime.

Andrea Bellandi

Le parole sono come gocce di pioggia. Alcune scendono inaspettate,altre ci rinfrescano;possono stupirci o bloccarci in uno stato di dolce-amaro stupore. Ci sono giorni,però’,in cui dentro di noi ribollono cosi’tante frasi,urla,lettere inanimate,parole velate dalla paura,che rimangono in gola,esiliandoci nella solitudine.
Non si sa più cosa si voglia esprimere,che effetto mai potranno avere le nostre affermazioni dipinte sulle labbra in movimento o impresse indelebili su un foglio stropicciato dal tocco di mani indiscrete.
Può capitare a tutti,a chiunque,a te che leggi,al poeta premio nobel,al professore di lettere,al giornalista,a chi possiede un cuore.
Se ci addentriamo nella melma di questi meccanismi fastidiosi,notiamo che nella maggior parte dei caso il silenzio e’ dovuto soprattutto a gravi traumi,come per esempio,essere stati vittime di abusi.
Non si trovano vittime tra i poeti.
Ci sono cuori infranti,aspiranti suicidi,esiliati politici,esuli in patria,ma mai vittime di pedofilia.
Un tabù che costringe le vittime a nascondere le urla tra le lacrime.
Perché? Eppure puntare il dito e’ sempre stato facile per questa società,urlare “al lupo al lupo”. E perché mai questa stessa società che ci spinge sempre più a cercare il colpevole e’ anche la medesima che nasconde dietro le sue sottane le vittime senza dar loro la possibilità di liberarsi da tutto ciò che li comprime e li costringe a nascondersi?
Quando è il carnefice o il presunto tale,che dovrebbe ritirare i suoi bisogni malati in un silenzio quasi d’obbligo. Un esempio che calza a pennello e’ quello di James Matthew Barrie, la cui mente fantasiosa e’ la creatrice del personaggio di “Peter Pan: il ragazzo che non voleva crescere”. Non tutti sanno,che lo scrittore scozzese fu a lungo scherno di pettegolezzi e accusato di pedofilia, per la sua strana e malsana amicizia con i cinque figli di Arthur e Sylvia Davies,la coppia di amici,con cui egli era solito passare i fine settimana. Barrie non negò mai,ne’ aumentò il flusso di calunnie,sempre maggiori dopo la fine del suo disastroso matrimonio,il quale,secondo la moglie,non fu mai consumato.
È ormai appurato che l’uomo non ebbe mai rapporti carnali con i bambini,ma trasmise quella volontà in alcuni suoi romanzi.

La biografia di Lisa Chaney evidenzia gli apparenti doppi sensi di : “The little white bird” ( l’ uccellino bianco),come nella scena in cui il capitano invita David,figlio di amici,a dormire da lui <<gli sfilai dolcemente gli stivali,lo misi sulle ginocchia e rimossi anche la camicia. Era un’ esperienza deliziosa,ma rimasi meravigliosamente calmo>>.
Trasferire le proprie voglie,i propri sentimenti,le paure,i rancori,su carta,può quindi aiutare chiunque a liberarsi dalle proprie colpe.
Sembra averlo capito bene James Matthew Barrie,anche se non è lui la vittima,ma il presunto carnefice.
Perché si sentono le sue urla e non quelle delle vittime?
In redazione ci siamo fatti molto spesso queste domande cercando di dare voce a chi sta soffocando dietro una colpa non sua.
Ecco perché è nata l’ ultima poesia in coda:” E’ qui che trovo la libertà

È qui,nel silenzio della carta

Che trovo lo spazio di urlare.

È qui che giacciono

L’ umiliazione,la vergogna,le lacrime.

Essa si spiega da sola.
Semplice ed essenziale,sputa fuori tutta la rabbia e la “vergogna” che un essere umano può imprigionare dentro di sé.
Le parole devono essere amiche,compagne,complici,solo così non si rischia di inciampare e perdersi.
Se però la nostra lingua  diventa nemica,ci trasformiamo in vittime di noi stesse e non più di qualcun’ altro.

A cura di Anita Mestriner

 

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