Ho sempre avuto un rapporto di amore e odio, con mio padre.

Probabilmente più di odio.
Sono il primogenito e finchè non è nato mio fratello amavo la mia famiglia; mia madre grassottella e sempre sorridente, mio padre felice anche da esausto.
Poi è nato Federico, per carità non che sia colpa sua eh? Ma iniziavano a mancare i soldi, ecco e essere licenziati sei mesi dopo la nascita del piccoletto non facilitava la cosa al capo famiglia.
Così mio padre proseguì gli studi e alla fine, con fatica, riuscì a entrare nella polizia penitenziaria quando ormai Federico aveva quasi tre anni.
Non so bene come si svolge il lavoro, anzi come lui lo svolgeva, lo vedevo tornare sempre stanco, circondato da un alone di malinconia e con qualche livido, una volta perfino un occhio nero. Nonostante tutto fino ai quindici anni sono sempre stato fiero di lui ma poi le cose iniziarono inevitabilmente a sfracellarsi sotto le mie mani, dentro le mie mani arrivando fino alle ossa e incidendole fino al midollo.

Si dice che l’alcolismo sia ereditario sapete?
Che ce l’hai nei geni o qualcosa di simile.
Mia madre diceva che era per il lavoro, che lo sfiniva, che tenere sotto controllo quei violenti maniaci era troppo per un uomo così sensibile; in parte aveva ragione ma poi venne il processo.
Quel legno si abbatte sulla mandibola che scatta facendole assaporare un miscuglio di sangue e denti tritati.
Aveva percosso, avevano utilizzato questo termine, un carcerato che riportava una frattura cranica e un probabile danno celebrale; per casi del genere solitamente viene insabbiato tutto ma, sapete com’è no? A volte semplicemente non ti va tutto di culo e la fortuna alla fine è una ruota; aveva girato dalla nostra per anni quindi era possibile che ora ci avesse voltato le spalle.
Mio padre non perse il lavoro, ho smesso di credere alla fortuna, e iniziò a bere.

Solamente ora mi accorgo che l’alcolismo è veramente ereditario.
Il mio fratellino, ormai ha trentasei anni, è un ubriacone ma non riesco a smettere di immaginarmelo con quei pinocchietto blu e la camicetta azzurra che lo facevano sembrare tanto un marinaio, mentre mi corre incontro, poi correre per un bimbetto di sei anni è un parolone, e mi supplica di giocare con lui a calcio; vorrei aver avuto più tempo per quel bambino sapete? Ci si accorge sempre tardi di quanto possano contare i piccoli gesti, ci si accorge sempre tardi che il tuo fratellino è cresciuto e che non ha più bisogno di te, anzi non ti vuole parlare nemmeno, per non avere gli incubi.

Per un annetto ci preoccupammo per le sue bevute, di mio padre intendo, ci preoccupammo tanto che ci venne l’idea di fargli perdere il lavoro; quel lavoro che gli dava alla testa, che lo distruggeva psicologicamente e fisicamente, non puoi lavorare in un carcere senza uscirne pazzo; non puoi vedere quel dolore, quella sofferenza restandone indifferente, certo sai che da una parte è giusto che stiano lì ma sono pur sempre uomini no? Uomini come te che amano e piangono e ridono, come puoi spegnere tutto? Semplice; smettendo di vedere gli uomini come tali e iniziando a vederli come animali, bestie da macello magari. Alcuni colleghi ci dissero che faceva alla perfezione il suo lavoro e che quando c’era da “metterli in riga” lui era sempre pronto a farsi avanti. Con un lavoro così perfetto iniziarono ad arrivare a casa un po’ più di soldi e iniziavamo a stare bene economicamente, senza faticare; davo anch’io il mio piccolo contributo come potevo e iniziammo a disinteressarci ai problemi alcolici di mio padre, cosa c’era di male se si divertiva un po’? Magari alzava troppo il gomito ma alla fine poteva permetterselo, no?

Iniziò ad essere violento anche con noi, quando beveva troppo ci rispondeva male, diceva un sacco di frasi volgari e alzava le mani su me e mio fratello soprattutto; a volte dovevo separarli con la forza e più di una volta ho portato Federico in ospedale per qualche dito rotto o qualche piccola frattura, tornava sempre più tardi e puzzava sempre di più di gin o rum o quel che gli andava quella sera, mia madre lo aspettava sveglia sul divano; amava quell’uomo tanto quanto odiava il lavoro che faceva.
Io mi svegliavo al suono della sua camminata, strisciata con il ticchettio della punta in metallo del bastone in legno che usava come aiuto, lo sentivo per il corridoio e non mi riaddormentavo finchè non lo sentivo russare.

Una sera tornò prima dal lavoro.
Ci disse che aveva già pranzato e che voleva sedersi con tutta la famiglia a guardare un bel film, come ai vecchi tempi.
Non aveva bevuto, non capivamo il perché ma eravamo felici sapete? Eravamo una famiglia normale davanti a uno di quei bei film western con il mitico Clint Eastwood, con una ciotola di patatine al formaggio sul tavolino in vetro che separava il divano dal televisore; ricordo perfettamente la scena a cui eravamo arrivati: il “cattivo”, de: “il buono, il brutto e il cattivo”, stava chiedendo come poteva comportarsi rispettosamente con tutti quei prigionieri e l’altro gli rispose che bastava trattarli da esseri umani.
Avvenne tutto lentamente, come in un sogno.
Mia madre, allungandosi per mettere gli snack sul tavolino, calcolò male la distanza e fece urtare la parte inferiore della ciotola contro lo spigolo del tavolo facendo sì che una decina di patatina scapparono fuori dalla ciotola e mio fratello, nel tentativo di aiutarla, rovesciò totalmente la bottiglia di the freddo.
Ci girammo tutti e tre verso mio padre che, prese il bastone, e lo scaraventò sulla faccia di mia madre provocando un tonfo molle che mi fece pensare che probabilmente era quello il rumore che faceva un pezzo di carne morta quando cadeva da un’altezza spropositata.
Vidi mia madre scivolare via dal divano con le braccia alzate, ballerina sgraziata e sfigurata, mentre il mostro si alzava imponendosi di fronte a lei che era totalmente ricoperta dalla sua ombra, contavo i colpi e ad ogni tonfo molle di carne morta sentivo mia madre sussultare finchè ci fu un silenzio di tomba scandito solamente da quell’atrocità, un orologio a cucù rotto da tempo.
Finalmente scattai.
Sobbalzai al suono della mia voce che ordinava a mio fratello di chiamare un’ambulanza e, non so ancora come, fermai mio padre.
Mia madre giaceva dietro al divano e lui sopra.
Accesi la luce; vidi il volto di lui rosso e bagnato di lacrime, vidi il volto di lei rosso e basta.
Un pezzo di carne morta che respirava a malapena.
La cosa che non potrò mai dimenticare è mia madre che scatta seduta e sussurra, con una voce roca;”Caro i quotidiani sono sopra al frigorifero”.

Mio padre è in carcera da allora e, oggi sono trent’anni, non sono mai andato a trovarlo.
Mia madre la vedo tutti i giorni se riesco, è in sedia a rotelle e non è più la donna grassottella di un tempo ma non le manca il sorriso.
Mio fratello, mio fratello mi manca.
Ho una moglie fantastica e una bambina bellissima ora, l’ho voluta chiamare Federica.
A volte mi chiedo se sia stata colpa del lavoro o del carcere, penso tutti e due.

Ma vi ho già detto che la fortuna è una ruota e che l’alcolismo è ereditario?

A cura di Greta Cavallè

 

credits