30 gennaio 2016, Roma. Massimo Gandolfini ha organizzato una manifestazione per il Family Day, occasione in cui si sono riuniti due milioni di persone al Circo Massimo per protestare contro il ddl Cirinnà, ovvero un decreto che mira a permettere alle coppie omosessuali di adottare figli, venendo così riconosciute come famiglie a tutti gli effetti. Gandolfini precisa che non si tratta di modificare il decreto, bensì di respingerlo totalmente e definitivamente. Le ragioni?”Senza limiti, la nostra società diventa folle. Inaccettabile l’adozione mascherata da affido” (da “La Repubblica“, articolo di Piera Matteucci). I simboli: palloncini rosa e blu, riferimenti alla Sacra Famiglia (un cartello ricorda che i genitori di Gesù si chiamavano Giuseppe e Maria, non entrambi Giuseppe). Il sostegno a questa posizione viene anche dal leader del Nuovo Centro Destra Angelino Alfano, che ha ricevuto Gandolfini poco prima dell’inizio della manifestazione. Presente anche il ministro dell’Ambiente Gianluca Galletti, che però ci tiene a sottolineare che ha scelto di esserci a titolo puramente personale; anche Giorgia Meloni è tra la folla, che posta un Tweet con l’hashtag #difendilafamiglia, annunciando poi di aver appena scoperto di essere incinta, fattore che determina la sua posizione in merito alla questione.

Le critiche: Matteo Salvini twitta la sua indignazione sulla presenza di Alfano alla manifestazione, dandogli dell’ipocrita e accusandolo di essere in realtà sostenitore del “governo delle adozioni gay”.

Il governo: niente passi indietro sulle unioni civili. Tuttavia, dichiara di voler accontentare tutti, cercando compromessi accettabili. Questo è in sintesi ciò che dice il vicesegretario del Pd, Lorenzo Guerini.

Dall’altra parte: coppie omosessuali che rivendicano il diritto ad avere ciò che qualunque famiglia “normale” può avere: figli. Formulano accuse di omofobia, bigottismo e atteggiamenti retrogradi verso chi non li sostiene.

Ma forse, più che su chi ha ragione o torto, è il caso di riflettere su un punto decisamente non indifferente: il contesto. Siamo in Italia: abbiamo Città del Vaticano, culla storica della Chiesa Romana, molte comunità di Comunione e Liberazione e Opus Dei. Il 18 gennaio, una ragazzina di Pordenone ha tentato di suicidarsi buttandosi dalla finestra perchè bullizzata dai suoi compagni di classe; “ora sarete contenti”, ha lasciato scritto. Diffidenze e scherni sono dunque all’ordine del giorno, soprattutto verso i ragazzini, colti nella fragilità tipica della fase adolescenziale. Sorge spontanea allora una domanda: che vita sociale avrebbero i figli di coppie omosessuali in questo Paese? Siamo sicuri che gli Italiani siano pronti per un passo così radicale? Non abbiamo ancora un po’ di strada da fare, una maturità intellettuale da raggiungere prima di rimettere in discussione questioni che abbiamo sempre dato per assodate e immutabili?

La risposta potrebbe essere immediata: ovviamente non tutti sono pronti, altrimenti non ci sarebbe stato il Family Day nè alcun dibattito. Ma forse non è sulle diverse prese di posizione che occorre riflettere. Il punto non è tanto essere pro o contro le adozioni gay. Il punto è: siamo pronti a scegliere? C’è un’insistente bramosia di modernizzazione, di voler essere pari agli altri Stati del mondo. Ma la questione quindi è rivaleggiare con gli altri Paesi in termini di chi è più moderno o poter scegliere con libera coscienza? Questo decreto vogliamo approvarlo per la nostra società o per mostrare agli altri quanto anche noi siamo capaci di progredire? O, secondo l’altro punto di vista, di quanto siamo integerrimi nel mantenere la nostra tradizionale mentalità, di quanto l’Italia debba restare il solito vecchio “bel Paese”? Di certo la nostra reputazione di mafiosi, contadini e pizzaioli non ci fa onore; ma ci farebbe ancora meno onore comportarci come dei confusi greggi di pecore che imitano i belati altrui.