«Le facoltà mentali definite analitiche sono di per sé assai poco suscettibili di analisi. Le apprezziamo solo per la loro efficacia. Fra l’altro sappiamo che per chi le possiede in misura eccezionale esse sono fonte del più vivo godimento.»

Così si apre il racconto di E. A. Poe Murders in the Rue Morgue, nel segno di un rilancio dell’attività creatrice intellettuale: ed è un vero e proprio elogio con annessa quasi una passione revanscista su una società che comincia a guardare solo agli aspetti e decisamente meno a ciò a cui essi portano («Così come l’uomo forte esulta delle proprie doti fisiche e si appassiona a tutti gli esercizi che chiamino in azione i suoi muscoli, altrettanto l’analista si inorgoglisce di quell’attività morale che districa»). No, non siamo ai tempi nostri, non siamo nel XXI secolo. È il 1841 quando Murders in the Rue Morgue è pubblicato per la prima volta sulla rivista di Philadelphia The Graham’s Lady’s and Gentleman’s Magazine, tanto da considerarlo uno dei primissimi racconti polizieschi. La dicotomia tra la forza fisica e l’attività intellettiva non si esaurisce in un misero incipit che sveli una novità editoriale, tutt’altro: Auguste Dupin si trova di fronte a un caso ostico, un doppio omicidio in cui pare che l’assassino abbia usato una forza disumana. Enigma o fantascienza? Certo è che la struttura del racconto e lo svolgimento della trama convergono in quello che oggi è ben identificabile con il colore giallo. Ma Poe è un genio del male e nulla vieta al lettore di poter lasciare aperta la porta del paranormale per spiegarsi cosa si nasconde dietro il doppio omicidio di via Morgue.

Le vittime sono Madame L’Espanaye, rinvenuta in cortile orrendamente mutilata e con la gola recisa, e la figlia Camille, strangolata e incastrata a forza nella cappa del camino. Siamo in un vecchio stabile della Parigi Ottocentesca, in un clima grottescamente descritto dall’abile penna di Poe. La porta della stanza che a fatto da sfondo al delitto è chiusa dall’interno, così come le finestre, la polizia non riesce ad arrivare al bandolo della matassa e arresta un innocente; unico indizio certo è una voce stridula simile a un idioma che è stata udita assieme all’ultimo grido disperato delle vittime.

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È Dupin che arriva a sbrogliare la situazione, raccontata da un personaggio anonimo quasi che l’autore volesse idealizzare il protagonista ponendolo dietro una teca: nessuna introspezione, nessuna incertezza trapelano dal genio investigativo, egli è solo lucidità e razionalità. Riesce a giungere sul luogo del delitto grazie all’amicizia del prefetto e in poco tempo individua il gorgo dove le indagini della polizia si sono incagliate: come potrebbe fare un uomo a sollevare una ragazza esanime e occultarla così facilmente, nella fretta di scappare, fin dentro la cappa del camino?

Ma, lungi dal riconoscere tutti i meriti del geniale investigatore, Poe non si lascia scappare neanche una piccola critica al cinismo (dis)umano: «Questo funzionario, per quanto ben disposto verso il mio amico [Dupin], non riuscì a dissimulare del tutto il suo disappunto per la piega che la faccenda aveva presa, e sentì il bisogno di lanciare un paio di osservazioni sarcastiche circa il bene che farebbe ognuno badando ai fatti propri».

Fonte: E.A. Poe, Opere scelte (i Meridiani, Mondadori)

Crediti immagini: Pinterest, pennablu