Per quanto gli studiosi tentino di analizzare e decifrare cosa veramente sia e come funzioni l’arte, l’atto della creazione rimane qualcosa di affascinante e misterioso. Il momento in cui l’idea prende forma e vita propria è un fenomeno che lascia estasiato l’artista stesso, che, contemplando la sua opera, è anche lui tentato di chiedersi da dove possa essere scaturita una tanto mirabile creatura.
Non a caso gli antichi attribuivano questo miracolo all’ispirazione divina, e tutt’oggi, con un’immagine laica ma analoga, parliamo di ispirazione.

Sembra proprio parlarci di questa esperienza che distingue gli artisti dal resto degli uomini, quella dell’ispirazione, Italo Svevo quando racconta di come abbia composto il suo maggiore  romanzo (nonché caposaldo della letteratura italiana ed europea) La coscienza di Zeno.
Un romanzo scritto di getto, in pochi giorni di sacro fuoco creatore al termine dei quali l’opera era, nella sostanza, conclusa.

Affascinante, ma dobbiamo credergli?

Proviamo a vedere  più da vicino le vicende editoriali di questo romanzo, e la risposta verrà da se.
Purtroppo dell’opera è andato perduto il manoscritto originale, quello consegnato all’editore, e non abbiamo documenti originali vergati dalla mano di Svevo che possano testimoniare le fasi della composizione.
Dell’autore possediamo però la corrispondenza da cui emergono indizi preziosi, sorprendenti.
L’editore Licinio Cappelli, presa visione del manoscritto, si complimenta, ma ritiene l’opera carente in alcuni punti, lo fa notare chiaramente ed invita Svevo, con il dovuto tatto, ad acconsentire ad una revisione di cui si sarebbe occupato lui stesso. L’opera, a suo dire, era troppo prolissa e andava snellita, mentre il finale risultava non chiaro.

Svevo, tutt’altro che geloso di quella sua fatica, acconsente, e Cappelli affida il compito al redattore Attilio Frescura, scrittore, tra l’altro di non particolare levatura, oggi giustamente dimenticato.
Come si sia svolto questo lavoro di editing e quanto gli interventi di Frescura abbiano pesato, di preciso non lo sappiamo, ma abbiamo alcune certezze: che la parte iniziale era peggio scritta, nonostante Svevo avesse ammesso di averla rifatta più volte e che proprio questa parte ha visto i maggiori interventi di Frescura.

Il finale poi è stato rimaneggiato, Cappelli dice espressamente che nel manoscritto da lui letto mancava un vero finale e che bisognasse assolutamente trovare una conclusione senza la quale il romanzo sembrava tronco, incompleto.
Anche in questo caso Svevo acconsentì.

Ne emerge un’immagine molto meno edificante di quella che ha voluto dare di sé l’autore, tra l’altro straordinariamente malleabile e supino alle richieste dell’editore. Vediamo un progetto discontinuo, stratificato, riscritto dall’autore e interpolato (chissà poi in che misura) dall’editore. Non certo l’opera uscita di getto di cui tanto si accalorava a raccontarci Svevo.

La parte più sorprendente riguarda il finale, uno degli elementi fondamentali dell’opera. È chiaro ai lettori che il capitolo “Psico-analisi” che chiude il romanzo, sia una sorta di congedo che interviene quando le vicende si sono ormai concluse, ma come finiva originariamente il romanzo? Chi è il vero autore del finale, Frescura o Svevo? Di preciso non lo sappiamo.

Prima di gridare scandalizzati all’apocrifo è bene ricordare una cosa: quando l’opera fu stampata l’autore la riconobbe come sua, in qualunque modo sia stata scritta, rispecchiò la volontà dell’autore, Svevo e nessun altro ci mise la parola fine.
Sembra che alla fine le vere muse di Svevo siano state Cappelli e Frescura.

 

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