di Sara Ottolenghi

Sveglia prima dell’alba, a letto al tramonto. Vegetarianesimo tanto stretto da far attenzione a come si lava la verdura o si filtra l’acqua, per evitare di nuocere anche ai più piccoli microorganismi. In alcuni casi, mascherine su naso e bocca per non ingerire né inalare moscerini. Persino mangiare di notte è rischioso se al buio può sfuggire qualche piccola creatura animale nascosta fra il cibo.

Uno stile di vita basato su cinque regole fondamentali, giuramenti fatti sia dai laici che dai monaci: non violenza, dire la verità, non rubare, castità (assoluta per i monaci, regolata dal matrimonio per i laici), e non possesso/possessività.

Un culto più vicino alla filosofia che alla religione come la intendiamo in Occidente: si tratta del giainismo, poco diffuso (8-10 milioni di fedeli) e forte soprattutto in India, nella regione del Punjab. Il più famoso fra chi ne fu influenzato fu Gandhi, ma la sua origine è molto più antica.

La sua storia si intreccia con quella di induismo e buddismo: uno dei più recenti e famosi maestri (Tirthankara), di nome Mahavira, ma detto Jina (il vincitore), era contemporaneo di Buddha e anche lui di famiglia ricca ma di vita umile. Entrambi i culti, inoltre, credono nella reincarnazione e sono aperti alla contemporanea appartenenza a diverse tradizioni.

Il simbolo del giainismo è una svastica rivolta verso destra. Un simbolo antico che in Oriente mantiene un significato positivo che fa riferimento al sole e alla ciclicità della vita. Per il giainismo infatti non c’è stata creazione né ci sarà una fine dell’universo, ma solo un continuo mutamento. Gli dei non vivono a un livello superiore e non possiedono onnipotenze. Esistono cinque elementi, uno dei quali, il jiva (anima), è vivente mentre gli altri (materia, spazio, movimento e riposo) non lo sono.