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Di Martina Difilo

Guarda le sue figlie ora, adulte e felici e si compiace un pochino del lavoro che ha svolto crescendole.
A guardarle adesso, così realizzate nelle loro diverse vite, non si direbbe nemmeno che il destino abbia giocato loro un brutto scherzo, tanto tempo fa.
Il suo è lo sguardo di una mamma orgogliosa non solo di come ha svolto il suo compito di genitore, ma di come le sue figlie abbiano saputo trarre insegnamento da ogni ostacolo, da ogni problema; di come abbiano saputo costruirsi una vita felice, nonostante tutto il dolore passato.

Le sembrano lontani quei momenti così duri che quasi ti viene voglia di mollare; lontano quel momento in cui si ritrovò da sola, con tre figlie piccole da crescere. Eppure non aveva mai mollato, nemmeno per un momento: non aveva mai lasciato vincere lo sconforto, aveva sempre stretto i denti, si era rimboccata dieci, cento maniche e aveva insegnato loro che “l’unione fa la forza” poteva non essere solo un modo di dire, ma uno stile di vita.
Perché quando ti ritrovi in una situazione così difficile, così delicata, l’unica soluzione che puoi applicare per far funzionare le cose al meglio, è fare squadra: non lasciare mai nessuno da solo col suo dolore, mai nessuno rimane indietro; non le aveva abituate a concepire un problema come solo appartenente ad una sola persona: tutto si poteva risolvere, restando unite.
Non era stato sempre facile: quando cresci tre figlie, vivi tre adolescenze, vedi tre bambine diventare ragazze e poi donne, ognuna in modo diverso. E non sempre erano riuscite ad accettare subito il dogma dell’unione: c’erano stati momenti in cui, giustamente, ognuna avrebbe voluto vivere solo la propria vita, senza pensare agli altri. Ma poi, come se fosse inevitabile, quell’unione, quel legame così profondo, tornava sempre a galla.

Aveva insegnato alle sue figlie che stare unite le avrebbe aiutate ad affrontare qualsiasi momento brutto: era solo costruendo una corazza grande come tutte e quattro loro insieme, che avrebbero distrutto ogni ostacolo. La forza di ognuna di loro, unita a quella delle altre tre, le avrebbe rese invincibili. Non sempre questo significa grandi gesti, reazioni plateali; spesso quel sentimento di unione era nascosto dietro piccole attenzioni così piene d’amore da non essere mai banali. Unite come fossero una sola persona avevano affrontato il primo dolore, il più grande, quando papà le aveva lasciate e da quel momento qualsiasi problema veniva diviso in quattro: brutti voti, castighi, problemi economici, separazioni, parenti serpenti.

L’aspetto più bello, però, di quest’unione, era quando facevano squadra nei momenti belli, in quelli felici: non c’era gioia più grande di quella vissuta in quattro. E i momenti felici, a dispetto di tutto, non erano mai mancati. Avevano condiviso ogni conquista, ogni vittoria, festeggiato ogni giorno bello nel migliore dei modi. Avevano imparato a far tesoro di ogni momento felice, a condividerlo e renderlo più prezioso grazie all’unione della loro felicità, che era una felicità moltiplicata per quattro.

Guardare ora quelle tre donne forti e coraggiose, non avrebbe potuto che riempirla d’orgoglio; le aveva viste fare squadra per tutta la vita e, per lei, erano la squadra più forte del mondo, un’unione imbattibile.