Usciva trent’anni, nel marzo del 1886, fa uno tra gli album decisivi per lo sviluppo musicale degli anni ottanta.

Black Celebration, dei Depeche Mode, è un lavoro magnifico, profondo, con il quale il gruppo inglese nato nel 1980 riesce a prendere definitivamente forma.

In queste 11 canzoni ( che diventano 14 nell’edizione rilasciata in cd successivamente) si percepisce un primo iniziale distacco dal genere dance puro degli anni ’80 (magnifico, a modo suo) ed una graduale evoluzione verso suoni elettronici più cupi, tetri, testi ambigui e non più ingenui.

In questi brani, il riflesso solare della gioventù inizia a mescolarsi con la consapevolezza e le inquietudini che esploderanno mature nel decennio successivo, con Violator, Songs of Faith and Devotion, Ultra.

Canzoni come Here is the House and A question of time nelle quali si legge una ingenuità (attraverso testi e musiche) quasi adolescenziale, si coagulano con Black Celebration, Stripped, Fly on the windscreen, successi che hanno uno spessore sconvolgente e che lasciano traspirare tutta la forza del complesso musicale (all’epoca formato ancora da Dave Gahan alla voce, Martin Gore per chitarra e cori, Andy Fletcher per sintetizzatori, tastiere e cori ed Alan Wilder anch’esso al sintetizzatore.

Depeche Mode sono un gruppo che è sinonimo di versatilità, sperimentazione continua ed evoluzione. Con alle spalle più di trent’anni di lavoro e 23 album (ed uno nuovo in produzione da qualche mese) meritano di essere sviscerati in tutte le loro sfumature, ed apprezzati a 360 gradi. Ormai non conoscerli è praticamente impossibile. Tutti, almeno una volta, abbiamo sentito passare alla radio Personal Jesus oppure Enjoy the Silence. Ma conoscerli bene, è un altro discorso, e riteniamo sia fondamentale.